tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

giovedì, agosto 28, 2014



"la mancanza di talento porta all'approssimazione, l'approssimazione alla bruttezza, la bruttezza conduce alla sofferenza. la mancanza di talento è la via per il lato oscuro"

ormai da qualche anno a questa parte, non so bene per quale motivo, nei mesi di luglio o agosto il mio (scarso) estro musicale improvvisamente si accende: qualche forza misteriosa mi spinge a imbracciare il mio ukulele e sento l'irresistibile impulso di creare qualcosa, torturando le sue povere quattro corde con tutta la pochezza di talento di cui sono capace.
tutto è iniziato qualche giorno fa, quando un mio compagno di corso, un ingegnere greco con trascorsi da chitarrista rock, è venuto a trovarmi. abbiamo iniziato a suonare, lui facendo scorrere con disarmante facilità accordi e melodie su una vecchia chitarra, io arrancando con sofferenza dietro i suoi arpeggi, maltrattando senza pietà inermi accordi sul mio ukulele. all'improvviso non so come ci è venuta l'avventata idea di scrivere una canzone in tedesco, e di cimentarci con la lingua che, con tanta fatica, stiamo provando a imparare. ci sono voluti parecchio tempo e una gran quantità di vino ma alla fine… beh, alla fine non siamo riusciti a produrre niente che fosse anche solo vagamente decente: la verità è che il tedesco ha una costruzione della frase talmente complessa e poco intuitiva che è veramente difficile adattare metrica e significati a qualcosa che poi sia anche, almeno vagamente, melodico.
così abbiamo smesso di suonare, divertiti ma un po' delusi. però il pallino mi è rimasto: avevo già scritto un'intera canzone in inglese e un'altra aveva il ritornello in spagnolo. poteva dunque mancare una canzone in tedesco? si, sicuramente poteva, e forse sarebbe stato meglio: considerato che già in italiano non mi vengono così bene, probabilmente non ci sarebbe voluto un genio per capire che affrontare la scrittura in tedesco è quantomeno prematuro (ho sicuramente fatto ben più di qualche grossolano errore). ma non so cosa farci, la forza misteriosa ha prevalso, ho ceduto ancora una volta al lato oscuro dell'ukulele, ed è stato come sempre divertente. 
eccola qui. è naturalmente una canzone d'amore dedicata alla povera fau, ormai abituata a questi omaggi così sgangherati.

[G] du bist zweifellos [A] eine Diebin, [C] dass
[G] mein herz plötzlich [C] gestohlen [A] hat
[G] aber tag nach tag [A] verstehe [C] ich,
[G] dass du die süßten [C] Diebin [A] bist
[C] bitte [D] gib mir [G] das [C] nie zurück [G] nicht
[C] mein herz [G] ist dein
[C] bitte [D] gib mir [G] das [C] nie zurück [G] nicht
[C] mein herz [G] ist dein (x3)

über die aufstiege  von dieser Stadt
und die Schwierigkeiten von dieser Satz
mit jedem Wetter, in jedem Land
das macht nicht welcher zustand
überall will ich mit dir mitsein
immer mit dir
überall will ich mit dir mitsein
immer mit dir (x3)

du bist meine Erstaunengöttin
meine Rettung, meine Richtung, mein Sonnenstrahl
die ruhige Weisheit, die ich nicht
habe und ich nicht haben kann
weil ich glaube, dass du meinen verstand auch
gestohlen hast
weil ich glaube, dass du meinen verstand auch
gestohlen hast (x3)

davon ist beweis dieses Lied
ein bisschen plump, ein bisschen geflickt
voll von viele falsche Fehlers
nur zu dir sagen, dass ich seit jeher
leidenschaftlich in dich verliebt bin
verrückt nach dir
leidenschaftlich in dich verliebt bin
verrückt nach dir (x5)

arrivati a questo punto però immagino che qualcuno a buon diritto potrebbe anche chiedersi cosa diavolo significhi tutto questo, e se il suono di queste parole è davvero brutto come può sembrare leggendole. trovate qui ogni risposta. che la forza sia con voi. f

amanda palmer - "ukulele anthem"

martedì, luglio 01, 2014


Mi piace aprire l'armadio e trovarci un'infinità di storie, ricordi, affetti e... vestiti, indumenti che mi accompagnano da anni e che, nonostante questi continuino ad accumularsi, non mi abbandonano, anche se logori e vissuti... e così una maglia gialla, che ai più non dice nulla, per me è espressione di un legame, con mio padre, che l'acquistò, indossò e conservò nel cassetto fin quando la sua pancia non fu troppo grossa ed io abbastanza grande da prenderla in consegna, regalandogli nuova vita... qualcuno potrebbe dire che è solo cotone, intrecciato e colorato, con una bella stampa e un'etichetta vintage che ora va tanto di moda, ma per me significa molto, e così la indosso con un certo rispetto, riguardo, attenzione, perché non vorrei mai rovinarla, e privarmi così di un caro ricordo, che ormai è un simbolo, espressione del nostro rapporto padre-figlio, della continuità familiare, e del conseguente passaggio generazionale...
E come non citare i pantaloncini neri, da basket, della champion, avuti per una bella pagella, alla fine dell'anno scolastico, in seconda superiore, quando nonostante una grave insufficienza in stenografia riuscii a esser promosso senza materie a settembre. Non ero mai stato molto bravo, a scuola, e così un po’ per necessità e un po’ per premio mia madre mi portò in corso San Gottardo, a Milano, per comprarmi qualcosa per l'estate... mi regalò una splendida maglia da hockey, lavorata in un tessuto supertecnico, che le costò parecchio, ma che non fu sufficiente a placare la mia ingordigia, così si convinse ad abbinarvi anche un paio di pantaloncini, altrettanto cari, che io quasi mi vergognavo a chiedere, tanto mi sentivo in difetto, ma che alla fine mia madre acquistò in maniera risoluta, spazzando via riserve e tentennamenti... ripensandoci ora furono soldi spesi bene, e anche se lei non ricorda nulla, e anzi vorrebbe buttarli, tanti sono i buchi sul sedere, non lo fa, perché ho trovato il modo di renderli presentabili, dandogli una seconda chance, indossati al rovescio, anche se questo vuol dire non poter usare le tasche, e neanche l'elastico, ormai bruciato dai lavaggi e dal tempo, mentre posso far affidamento su un bellissimo laccio rossonero, che ricorda i colori del Milan, la squadra che ho sempre tifato...
Nel secondo cassetto invece sono riposte due canottiere, un vero e proprio cimelio, la cui storia risale a tempi di cui ho solo una vaga memoria, cioè l'infanzia, dove tutto è un po’ offuscato, e non si capisce bene se i ricordi siano il frutto dei racconti altrui o di esperienze dirette... e così quelle maglie della salute, che quando mi furono regalate erano troppo grosse, lunghe e larghe, per essere indossate da un bambino, sono diventate, con la maggiore età, e dopo oltre un decennio in fondo al cassetto a combattere contro le tarme e la minaccia della pattumiera, un inseparabile, morbido, profumato, attillato, salutare, capo da indossare con fierezza sotto ogni maglietta, in qualsiasi condizione climatica, occasione, momento, e così sorrido ripensando a tutto il tempo trascorso, e al suo indiscusso potere, alla sua capacità di influire sui giudizi, sull'utilità e il valore delle cose, e non solo.
 

E poi che dire della polo nera con testa di falco gialla comprata in un negozio di seconda mano a Dublino con i soldi trovati nel pub dove lavoravo, o della maglia bianca e blu stretta e lunga dell’Adidas che mio padre indossava per giocare a tennis e che mia madre colorò di rosa quando la lavò con un capo rosso, o degli shorts della squadra di calcio del Calenzano che mi furono dati da un amico e che avrei dovuto consegnare a un nostro comune conoscente ma che invece egoisticamente trattenni per me, o il berretto di lana rossa, con cucite all'interno le iniziali P.H., che utilizzava mia madre ai tempi del collegio, o la felpa grigia dei Washington Redskins che indossavo in casa come rinforzo al pigiama quando sentivo freddo e che immancabilmente accompagnava le mie giornate di malattia trascorse in attesa della guarigione, o le innumerevoli t-shirt ricordo di mille concerti, degli smashing pumpkins e delle luci, dei garbage e bon iver, e poi ancora decine di magliette, autoprodotte o regali di amici, souvenir di posti lontani, o vicini, dei vigili del fuoco o di campi estivi, di viaggi studio o manifestazioni sportive, avute al lavoro o acquistate su internet, brutte o geniali, ma sempre con la loro piccola grande storia...

il mio vestire non è mai casuale, per me nulla è banale, privo di senso, significato, e così mi piace legarmi ai ricordi, e portarmi addosso, anche letteralmente, il passato e le storie che porta con se, che poi sono gli affetti e le esperienze che hanno fatto di me quello che sono. y

csxqp: francesco de gregori - “la storia siamo noi”

martedì, giugno 17, 2014



il bilancio del mio primo mese da emigrato in terra straniera è indubbiamente (e per certi aspetti insospettabilmente) positivo. la città in cui vivo, sebbene un po' ossessionata dal suo passato (l'effige del re barbuto che le ha dato un posto sui libri di storia è pressoché dovunque, e fa capolino praticamente da ogni strada, edificio e negozio), possiede un perfetto mix di tranquillità, vivacità e cosmopolitismo che le deriva dall'essere una città non troppo grande, ma universitaria e di frontiera (in belgio e in olanda si può arrivare a piedi). ha un anima tutta sua fatta di biscotti alle spezie, caldissime acque termali, innumerevoli forni e pasticcerie, reliquie sacre, parchi verdi pieni di tavoli da ping pong, e tantissime biciclette (anche se ci sono troppe salite per i miei gusti, appena ti muovi dal centro c'è un tourmalet ad aspettarti e non hai scampo, sei costretto a scalare e sputare i polmoni, ma in realtà non durano poi molto e la fatica viene presto ricompensata da meravigliose piste ciclabili in mezzo a boschi e campagne).
la casa in cui vivo è davvero bella, accogliente e luminosa, anche se condivide con quasi tutte le case tedesche la tragica assenza di alcuni elementi di fondamentale importanza: sembra incredibile che da queste parti non siano mai arrivati il bidè, gli ascensori, i muri lavabili in cucina o le tapparelle. un'altra cosa cosa che mi pare residuo indelebile della passata barbarie è che nei supermercati ci sia un solo tipo di biscotti da colazione (le gallette semplici al burro) a fronte di intere corsie dedicate esclusivamente alle caramelle gommose: resto sempre perplesso di fronte a questa sconcertante ridefinizione delle priorità alimentari.
la convivenza procede bene, ma del resto su questo non avevo molti dubbi.
è una cosa nuova ed entusiasmante, di quelle che fanno pensare e vedere molte cose in modo diverso.
anche ritrovarsi nelle veste di studente è una sensazione strana e piacevole. il tedesco però è una lingua inutilmente complicata, che non fa certo dell'intuitività il suo punto di forza: sembra quasi che sia stata concepita esplicitamente per impedire a qualsiasi straniero di impararla in tempi brevi. non è tanto la durezza aspra e spesso impronunciabile di certi suoni a scoraggiare, quanto la sostanziale casualità dietro ad alcuni elementi grammaticali di fondamentale importanza (gli articoli e i plurali su tutti), innestata su una costruzione della frase che definire poco immediata è un colossale eufemismo (alcune parti della frase tendono a finire nell'unico posto dove una persona dotata anche del più piccolo barlume di ordine e praticità non ce le metterebbe mai). ogni regola grammaticale, quando c'è, è fonte di un fiume in piena di interminabili eccezioni, il che è in stridente contrasto con la loro cultura così devota ai regolamenti e ligia a qualsiasi tipo di norma. si ha quasi l'impressione che l'illogicità regni sovrana nella maniera in cui cercano di tradurre le cose in parole: il modo di dire i numeri (125 si dice cento cinque e venti) e l'ora (le 7:25 sono cinque alle metà otto) rivelano molto quanto sia contorta la loro lingua. ciononostante la sto imparando, sto facendo progressi e mi sto divertendo a studiarla, e la cosa mi pare incredibilmente gratificante e miracolosa al tempo stesso.
nel corso che sto seguendo ho fatto amicizia con un improbabile combriccola di scappati di casa, finiti anche loro in questo che è uno dei pochi paesi al mondo a non aver perso la bussola nella deriva economica generale. sono stati spinti il più delle volte ad allontanarsi dai propri paesi disastrati e senza futuro, e a vivere in questo ancora ricco e prospero angolo di europa, proprio dallo stesso intreccio di amore, lavoro e speranze che ho caricato con me sul furgone insieme a cooper e a tutte le mie cianfrusaglie.
così ho potuto sperimentare uno strano ma elettrizzante miscuglio di lingue e di culture, come mai prima in vita mia: nell'insperato tentativo di riuscire a comunicare ecco che l'inglese, il tedesco, l'italiano e lo spagnolo si accavallano e si sovrappongono in un inverosimile e gesticolante grammelot che però riesce sempre, non si sa bene come, ad essere estremamente efficace. mi sono in questo modo ritrovato a parlare di musica e storia, di cinema e cibo, di calcio, lavoro e futuro con ragazzi greci, messicani, turchi, venezuelani e spagnoli (ho pure  trovato un iraniano che ha visto tutti i film di bud spencer), e ho scoperto di avere in comune con loro mille cose che non avrei mai pensato.
ecco, cambiare aria, partire e ricominciare è senza dubbio qualcosa di estremamente difficile. ma allo stesso tempo sono consapevole che sentir mancare un po' di terra da sotto i piedi, rimescolare le carte, aprire la finestra per guardare meglio l'orizzonte lasciando che il vento scompigli abitudini e certezze, è qualcosa che non può farmi che bene. f

csxqp: lorenzo monguzzi - "tempi difficili"

sabato, maggio 24, 2014

 

Di figli di ce ne sono tanti in giro ma i tassisti gli automobilisti i pedoni e gli scooteristi non hanno eguali.

Sugli automobilisti e motociclisti è inutile approfondire, dilungarsi, ripetersi, li conosciamo tutti, anche troppo bene, nella loro sregolatezza insofferenza imprudenza, inciviltà tracotanza malafede, impazienza prepotenza ignoranza, ma i pedoni sono un elemento nuovo, che ai più possono essere indifferenti, ma non al ciclista, la cui presenza non passa inosservata, dovendovisi confrontare tutti i giorni.

Nella scala evolutiva i pedoni credono di arrivare appena dietro gli automobilisti, e così la strada, in assenza di macchine, diventa di loro libera pertinenza... incuranti, strafottenti, arroganti, attraversano col rosso, tra le macchine, in mezzo alla carreggiata, passeggiano ignari, credendosi padroni di un luogo che non gli dovrebbe appartenere. Così tu, ciclista, che a buon diritto ti trovi lì a pedalare, devi essere lungimirante, veggente, indovino, e prevederne le intenzioni, pregare ogni santo perché non facciano gesti inconsulti, scomposti, irrazionali, e ti permettano così di proseguire, senza necessariamente farti male.
Ti scrutano, riflettono, e attraversano… fossi un’auto ci penserebbero due volte, ma della bici se ne fottono… baldanzosi si pongono sulla tua strada, confidando nell’immunità, pretendendo che sia tu a spostarti, a deviare la corsa, evitandoli, frenando, rischiando di cadere, perché si ritengono superiori. Ma nel peggiore dei casi neanche ti considerano, non ti vedono, procedono a testa alta, senza farsi domande, e allora succede l’irreparabile, e poi hanno pure da lamentarsi...
Qualcuno potrebbe obiettare: ma le piste ciclabili? Esistono, poche, ma purtroppo neanche lì puoi ritenerti al sicuro, anzi, a volerla dire proprio tutta è lì che il pedone da il meglio di se. Da alcuni considerata via preferenziale, da altri luogo dove portare il cane, andare a correre, o zona per innamorati, la pista ciclabile è l'ultima frontiera del pedone ignorante irresponsabile menefreghista, e guai a suonargli, a chiedere strada, a rivendicare spazio, perché gli insulti sono garantiti. Anche di fronte all'evidenza si ritengono nel giusto, e con atteggiamento di sfida ti guardano, borbottano, gesticolano, presuntuosi come solo chi ha torto sa fare. Per loro quella è la normalità, non hanno nulla per cui fare ammenda, semplicemente non pensano.

Il ciclista è la vittima sacrificale, il bastardo della strada, c'è ma nessuno lo rispetta.

Di figli di ce ne sono tanti in giro ma non demordo, e più ne prendo, più rispondo. y

cixqp: the pedal pushers club - live fast ride faster

sabato, maggio 17, 2014



ho scoperto, nell'imminenza di un trasloco in un altro paese, dopo innumerevoli anni passati ad accumulare compulsivamente oggetti, un inaspettato piacere nel liberarmene. è come se avvertissi quasi la necessità, in questo preciso istante della mia vita in cui si stanno affacciando profondi cambiamenti, di avere tutto lo spazio possibile per fare posto alle grandiose novità, avventure e sfide che mi aspettano.
così ho buttato, regalato, venduto e riciclato cose di ogni tipo, ho smistato nei posti più improbabili piccoli tesori e indicibile ciarpame, per fare in modo che questi muti e polverosi testimoni di un passato prossimo e remoto, spesso ormai inutili per raccontare chi sono, lascino spazio al futuro in arrivo (inutile dire che ho comunque tenuto una quantità impressionante di cianfrusaglie).
ciò di cui però non vorrò mai liberarmi sono gli amici: ho bisogno di tenerli stretti, tutti quelli che hanno voluto esserci per un abbraccio prima che partissi, un sincero in bocca al lupo, una promessa di rivederci, un'ultima cazzata sparata allegramente e qualche lacrima difficilmente trattenuta (le mie, soprattutto).
è uno di quei momenti in cui la consapevolezza di questa immensa fortuna, di questa incalcolabile ricchezza, mi si rivela in tutta la sua luminosa e felice meraviglia. grazie! f

csxqp: luca barbarossa - "le cose da salvare"

venerdì, aprile 18, 2014



quindi, fatemi capire... ci stiamo giocando in questi giorni l'accesso alle final four (che saranno a milano, per giunta) contro il maccabi tel aviv (proprio il maccabi!) in una serie con il vantaggio del fattore campo, dopo aver disputato delle top 16 a dir poco sontuose in cui ci siamo permessi il lusso di battere, con inaspettata scioltezza, squadre ben più forti e quotate di noi, e come se tutto ciò non bastasse in campionato siamo primi in classifica con un cospicuo margine sulla seconda?
cioè, ricapitolando, se davvero non mi state prendendo in giro... dopo intere stagioni senza il benché minimo barlume di una certezza, con squadre magari volenterose e vagamente talentuose, intendiamoci, ma irrimediabilmente male assortite e del tutto ondivaghe, dove una bella azione sembrava più figlia del caso che della volontà (e infatti si contavano sulle dita di una mano nell'arco di un anno), dopo intere stagioni passate così ora possiamo contare su una circolazione di palla quasi sempre fluida, belle costruzioni di tiro, partite quasi sempre controllate e portate a casa con il carattere che compete alle grandi squadre?
no, solo per essere certo di aver inteso bene: dopo quasi vent'anni di delusioni in cui gli dei del basket si sono fatti beffe di noi in ogni modo possibile, fra retrocessioni sfiorate e titoli sfumati all'ultimo decimo di secondo, con squadre spesso in balia della propria mediocrità, capaci alla prima difficoltà soltanto di sbriciolarsi e produrre inconsulti sparacchiamenti da tre e scriteriati uno contro tutti alla sperindio, dopo tutto questo ora abbiamo finalmente un gruppo affidabile, in puro e incosciente stato di grazia, capace di sputar sangue quando serve e buttare il proprio cuore al di là degli ostacoli più insormontabili?
non vi credo. troppe partite vinte, troppo bel gioco: abbiate pazienza ma non può essere questa la mia amata olimpia, non la riconosco più. sono chiaramente vittima di una colossale allucinazione e ho bisogno che mi diate un grosso pizzicotto sul braccio.
però no, non subito, aspettate un momento. è una bella allucinazione: lasciatemela godere ancora un po'. f

csxqp: dropkick murphys - "tessie"

sabato, aprile 12, 2014



la verità è che mi sono divertito. mi sono incazzato, ho visto molte scelte sbagliate e modalità di gestione arroganti che mi hanno fatto star male, ho lottato e rivendicato, sono stato ostaggio di turni ipervariabili, ho sentito la fatica e la stanchezza infierire sulle mie braccia, schiena e gambe, sono stato sottopagato e ho imparato meno di quello che avrei voluto. ma mi sono divertito, eccome.
come al solito, pur consapevole che in qualche modo questo sia un atteggiamento fuori moda e fuori dal tempo, finisco per misurare la qualità delle esperienze dalle persone con cui le ho vissute, che ho conosciuto, con cui ne ho condiviso umori e circostanze: è stato così vero per il teatro, è valido allo stesso modo per il gelato.
perciò se penso alle mille cazzate sparate dietro il banco, agli scherzi, agli episodi che mi hanno fatto ridere, ai viaggi intercontinentali, alla battaglia sindacale, alle serate nottambule post chiusura, alla complicità dei miei compagni di fronte alle cose che non vanno, ai giochi e agli abbracci, beh non posso che ammettere di essermi divertito un sacco. e poi, ricchezza nella ricchezza, ho avuto anche la fortunata opportunità di conoscere persone di ogni tipo, da tutto il mondo, dall'asia all'africa al sudamerica, che mi hanno raccontato com'è la vita a manila, ad asmara, a colombo, o a montevideo (e ho finito per imparare modi di dire ed espressioni colorite negli idiomi più disparati: caralho, kakova kuja, chupaconcha!).
se la fine di un'esperienza ti lascia in eredità persone che puoi chiamare amici significa che è stata un'esperienza che valeva la pena di fare, e su cui non avrò mai rimpianti.
così ieri, dopo quasi cinque anni, ho dato felicemente le dimissioni: niente più coni e coppette, niente più mani ruvide e cioccolata sui gomiti, nuove avventure mi aspettano, a mia volta in un nuovo paese. sono curioso di sapere, dopo shakespeare e la stracciatella, cosa abbia in serbo per me questa mia esemplare carriera da lavoratore del nuovo millennio. f

csxqp: uochi toki - "traccia 2"