tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

domenica, maggio 01, 2016


il tabacchi fc è tante cose, ma negli ultimi tempi è anche e soprattutto "bicicletta". protagonista di innumerevoli serate, mezzo di trasporto prediletto, fonte d'ispirazione, compagna di sortite, spalla fedele, strumento di libertà, musa, croce e delizia, la bicicletta ci ha stregato, e noi ne siamo ora gli umili, fedeli, appassionati ed entusiasti, sostenitori.
questo amore incondizionato, unito all'anniversario del blog, ha prodotto il tfc cycling club, ovvero associazione ciclistica tabacchi, ovvero uno spin-off di noi patiti irriducibili cultori delle due ruote, ovvero un gruppo di amatori che ogni tanto inforcano la bici e si lasciano trasportare ovunque la strada li porti, ovvero una pensata che va ad arricchire uno dei tanti progetti che girano intorno a quella fucina di idee che è il tfc.
spero di incrociare presto le vostre forcelle, e mordere la strada lungo vie affascinanti e inesplorate. y

cvxqp: cortometraggio "bici @ Milano" - prima versione

p.s. il tabacchi fc è dieci anni di storie, racconti, vita, e amicizia. 

giovedì, aprile 21, 2016


Una notte tre amici diedero vita ad un progetto chiamato "tabacchi fc". Fu un momento creativo, entusiasmante, carico di speranze e aspettative, propositi, energia e furore.
Sono trascorsi dieci anni, tutto è cambiato, ma nelle difficoltà ci siamo fatti forza, e non molliamo. Abbiamo un impegno, che assume i contorni di un giuramento, un vincolo cavalleresco, che ci siamo sussurrati, per non arrenderci alla realtà, e continuare così a condividere quel poco che ancora ci lega.
Anche senza più notti folli, partitoni, cazzeggi senza meta, chiacchere, il blog resiste, deve resistere, come la nostra amicizia, nonostante i chilometri che ci separano, le vite che si allontanano, le storie che si avvicendano. Per me è l’ultimo baluardo a cui appigliarmi per tener viva la nostra amicizia, perché ho paura che se venisse meno anche questo non resterebbe nulla, e semplicemente lasceremmo al tempo il lavoro di renderci estranei.

Volevo festeggiare e invece mi trovo ad affrontare la mia vena malinconica. Sono triste perché oggi più di altri giorni ricordo ciò che mi manca. Sono pensieri egoistici, ma dovete perdonarmi, sono un maledetto nostalgico, a cui piace guardare al passato e cullarsi nei ricordi, sperando che possano rivivere in eterno. Vi vorrei avere qui al mio fianco, al buio della sera, sul campetto da basket, all’interno del parco, con un pallone fra i piedi, e tante storie da raccontare, in attesa di una “treccia”, e di un chinotto al baracchino, per poi tornare alla macchina, per le ultime chiacchiere, prima di salutarci definitivamente, stanchi ma felici. Quegli anni non torneranno, ma li ricordo fra i più belli della mia vita, grazie. y

csxqp: pearl jam - "yellow ledbetter"

lunedì, aprile 11, 2016


nessuno a cui dirlo, così lo affido al tabacchi, almeno ne rimarrà traccia, anche di questo momento, che si andrà aggiungere, a tutti gli altri, che in un modo o nell'altro, mi hanno portato qui.
quello stesso vestito grigio, quella stessa grazia nei movimenti, il capello mosso e scuro, il fisico asciutto, le scarpe basse, ma non lei, qualcun'altra, simile, e diversa, ma pur sempre un riflesso, di lei.
una nuova collega, che guardata di sfuggita, con la coda dell'occhio, mi rimanda al passato, a quegli interminabili giorni, agonia di un sentimento non corrisposto.
scavando nella memoria, rivedo una ragazza che ho salutato anni fa, che non voglio più incontrare, ma che non posso dimenticare.
è un'ombra, dimora nei recessi della mia mente, lì dove l'ho rinchiusa, per soffocarne il ricordo, e l'immagine.
è stato un attimo, ma è stato sufficiente, perché il mio pensiero tornasse lì, a lei. y

csxqp: pearl jam - "vitalogy"

venerdì, aprile 08, 2016


Quando mi sono trasferito, cinque anni fa, ho deciso che il tubo catodico non mi avrebbe seguito, e non avrebbe così più accompagnato le mie serate. Sarà stato per mancanza di spazio, per pigrizia, tirchieria, scelta consapevole, o amor proprio, sta di fatto che la tv, insieme a tanti altri apparecchi elettrici, non ha trovato posto nel mio bilocale, e nella mia nuova vita. E dire che per decenni ne ero stato un avido consumatore: pomeriggi e sere, ore e ore incollato al teleschermo, fra telefilm, trasmissioni, film, documentari, telegiornali… ogni giorno della settimana prevedeva un appuntamento fisso, e spesso più di uno: il giovedì anime giapponesi su mtv, il martedì serie americane su raidue, superquark sull'uno, la grande storia sul tre, poi c'erano le serate reality show, il mercoledì la coppa dei campioni, sabato Alberto Angela, random i bellissimi di retequattro, per non parlare delle partite di poker in seconda serata, e le discussioni calcistiche sui canali locali, a cui va naturalmente aggiunto lo zapping sfrenato, non sia mai che mi stessi perdendo qualcosa! Era una routine consolidata, che scandiva la settimana, e che in qualche modo riempiva le serate, permettendomi di rilassarmi e non pensare. Ma tutto questo, se da una parte mi arricchiva di informazioni, le più disparate, dall'altra invece mi impoveriva, mi privava del vissuto, relegandomi ad osservare gli avvenimenti, le azioni, i sogni, progetti e successi di altri. Così ho colto l'occasione del trasloco per privarmi dello strumento tentatore, per disintossicarmi, liberando le serate a nuove prospettive. Ripensandoci non è stato un cambiamento traumatico, e tantomeno rivoluzionario, perché comunque qualche altro interesse già lo coltivavo, e poi il tempo libero, che il vivere il famiglia mi regalava, non era più così tanto da potermi permetterne lo sperpero in vane maratone televisive. Tutte quelle ore che in passato venivano trascorse sul divano sono state impiegate diversamente, in maniera più produttiva, per il corpo, e per lo spirito. Gran parte del tempo è stato assorbito dalla lettura, ma non solo. Oltre alle attività domestiche, sempre inevitabilmente presenti, ho ripreso alcune passioni sopite, come la scrittura e la fotografia. E poi lo yoga, le uscite serali senza meta, la manutenzione delle bici, gli spin off del tabacchifc, i progetti di viaggio, i lavoretti in casa, l'esercizio fisico, il tutto con la musica, o la radio, in soffondo. Questo non significa che mi sia estraniato, che abbia intrapreso un percorso di ascesi, o viva inconsapevole di ciò che mi circonda. Internet mi ha sempre tenuto aperta una finestra sul mondo, mi ha permesso di seguire le serie tv del momento, di essere aggiornato sugli eventi, e di ricevere ogni tipo di informazione, ma con criterio, razionalità, metodo. Sicuramente qualcosa mi sono perso, qualcosa mi sto perdendo, e qualcos'altro lo perderò, ma è un qualcosa di irrilevante, probabilmente insignificante, e futile, di cui posso fare a meno.

Tuttavia adesso, che ho raggiunto questo equilibrio, vedo addensarsi nubi all'orizzonte… il demonio catodico bussa alla mia porta. L'introduzione del canone televisivo nella bolletta elettrica mi insinua un dubbio, mi pone davanti a un bivio: pagare senza possedere o pagare e tornare telespettatore? Si, perché non avendo la tv il canone non l'ho mai versato, anzi, a fronte di costanti solleciti ho diffidato la Rai dal continuare, riuscendone così ad avere ragione. Ma ora, visto che la legge impone l'obbligo del pagamento, vacillo, anche se non mi rassegno, perché forse non tutto è deciso. Ho saputo che si può essere dispensati, così ho approfondito, mi sono documentato, ed ho scoperto che effettivamente c'è questa possibilità, anche se risulta macchinosa e quindi difficilmente percorribile. L'importante è non scoraggiarsi, così armato di pazienza ho fatto il primo passo, iscrivermi al sito dell'agenzia delle entrate. Dopo due tentavi falliti, causa criticità delle domande e difficoltà nel reperire i dati reddituali richiesti, ho avuto la prima parte di una password, che unita alla seconda che mi verrà inviata per posta, dovrebbe permettermi di accedere ad alcune funzioni per inoltrare la dichiarazione di non possesso di apparecchiatura atta alla ricezione televisiva. In alternativa dovrò recami presso gli uffici dell'agenzia o spedire una raccomandata in plico, e non in busta, sempre che qualcuno mi sappia dire cosa questo significhi. Comunque vada sono deciso nel non tornare sui miei passi, e salvo imprevedibili cataclismi quell'imbonitore di menti, oppio del popolo, lobotomizzatore di cervelli, che è la tv, non entrerà in questa casa. y

clxqp: amanda davis - "mi chiedo quando ti mancherò"

p.s. anche per questo, ma non solo per questo, devo dire: "grazie Renzi".

lunedì, marzo 28, 2016



il primo giro in bicicletta dopo i mesi invernali è un po' come il primo respiro a pieni polmoni preso in quell'ultimo breve attimo che separa l'apnea dal soffocamento. nuove energie, nuova voglia di esplorare strade ancora ignote, nuove promesse d'estate, nuove speranze che queste promesse vengano mantenute.
così ieri, complice un timido e quasi caldo sole e un'ora in più di luce, ho risvegliato dal letargo il mio vecchio catorcio, l'ho scosso dal torpore, e ho pedalato seguendo soltanto l'istinto. è incredibile come le due ruote riescano ogni volta, almeno per un po', a rendere tutto più leggero e più limpido.
ho respirato forte, a pieni polmoni, tutto qui. in questi tempi così difficili mi è sembrata una cosa molto sensata da fare. f

csxqp: l'orso - "il tempo ci ripagherà"

giovedì, marzo 17, 2016



la vita fa veramente.
gli scoppi d'artiglieria sulle colline a ore undici accendevano a intervalli irregolari la metà sinistra del volto del tenente senza nome, intense ma brevi vampate di luce che ne illuminavano le rughe, le cicatrici non ancora rimarginate e il fango sulla barba ispida. dappertutto saturavano l'aria l'odore del sangue e quello della polvere da sparo. in mezzo al sibilare di proiettili arroventati il cervello smette di funzionare, forse perché brasato dalle circostanze estreme o forse più semplicemente in virtù di un eccellente meccanismo di autodifesa.
se solo potessi avere un.
un che cosa il tenente senza nome non lo sapeva, non riusciva ad esprimerselo, e non era nemmeno così sicuro che gli interessasse. tanto poteva solamente starsene lì, grande e grosso e ferito, il fango sotto il mento, in attesa di ricevere ordini e inoltrarli senza filtro ai soldati della sua compagnia. passava ogni secondo sperando di poter sopravvivere il secondo successivo. era diventato bravo con le fasciature, ma quando una granata stacca un braccio non basta la garza in dotazione per riattaccarlo al corpo.
ogni scoppio lassù potrebbe.
erano i nostri cannoni a dilaniare le colline, o quelli del nemico? esistono ancora delle retrovie alle mie spalle? il tenente senza nome si sentiva sempre più uomo medio, insopportabilmente medio, circondato da uomini medi che tuttavia gli sembravano sempre un po' meno medi di lui. la morte non era un terrore più grande di quello di doversi rassegnare all'ottundimento, non sopportava l'idea di non riuscire più a decifrare la politica, l'economia, la storia. un soldato gli portò un caricatore, che lui non aveva richiesto. la pace non si può fare con le mitragliatrici.
e poi vorrei sapere perché cazzo fra tutti quelli.
il tenente senza nome non sapeva darsi risposte più che altro perché aveva smesso di farsi domande, perlomeno quelle a cui era possibile dare una risposta. la curiosità e la sensibilità erano state assassinate dall'istinto di sopravvivenza, senza che lui avesse avuto modo di accorgersene. poi poco a poco l'ansia si era fatta ambiente, stato naturale e costante, la precarietà era diventata sistema, e alla fine non riusciva a decifrare nemmeno stesso, medio o no non aveva più molta importanza. forse era per questo che i pensieri gli arrivavano a brandelli. qualcuno gli offrì una sigaretta, che lui accettò. la fumò avidamente, come se fosse l'ultima.
ecco, alla fine la verità è che io.
la verità è che forse non ci sono verità, solo immense stupidaggini. niente da fare, rimaneva tutto sospeso, futuro e passato non importavano più, non sapeva nemmeno bene dove fosse in quel momento, quale la guerra che stava combattendo, né quale disperato altrove ne fosse l'alternativa. meglio essere seppelliti lentamente nel fango e nell'attesa di mille giorni nelle ardenne o lasciarsi esplodere in una sola grande dresda?
niente.
niente.
niente.
non c'è filo spinato.
che possa fermare.
il suo sorriso.

questo lo sapeva, gli era sempre stato chiaro. ringraziò un dio immaginario per questo pensiero sfuggito chissà come ai reticolati. dimenticò per un momento gli scoppi, il fango, le pallottole, l'attesa, le garze, le colline, le ardenne e l'ansia. respirò forte quell'aria satura di sangue e di polvere da sparo. si tastò tutte le ferite aperte, e anche se per un attimo soltanto, se ne rallegrò. era ancora vivo. f

csxqp: joy division - "disorder"

lunedì, febbraio 01, 2016



scarica il camion, taglia la scatola, apri le buste, togli il cartone, rimuovi l'etichetta, dividi ogni indumento per tipo e colore, di nuovo taglia la scatola, apri le buste, togli il cartone, rimuovi l'etichetta, dividi ogni indumento per tipo e colore, ancora taglia la scatola, apri le buste, togli il cartone, rimuovi l'etichetta, dividi ogni indumento per tipo e colore...
il mio primo lavoro tedesco si dipana più o meno sempre nello stesso modo, la sveglia come uno schiaffo nel buio, il fascino placido e imperturbabile della città ancora addormentata (beata lei) mentre l'attraverso in punta di piedi, e infine il tuffo nel caos, sovrano indisturbato del magazzino, dove ha inizio la mia lotta alienante e apparentemente disperata contro l'entropia e gli imballaggi, accompagnata dal vago senso di colpevole complicità nel maneggiare vestiti cuciti probabilmente con lo sfruttamento.
l'umanità che si può incontrare nelle viscere di un centro commerciale è come sempre sorprendentemente varia e palpitante: c'è lo studente di ingegneria, c'è quello che ha un altro lavoro e vuole arrotondare e quello che un altro lavoro non lo trova, c'è lo scappato di casa e l'anziana signora in pensione che a casa si annoierebbe, ci sono i nuovi immigrati che non parlano bene il tedesco (eccomi) e i figli dei vecchi immigrati che invece parlano solo quello. l'ambiente è in generale molto rilassato e senza pressione, ci sono un contratto una busta paga e un numero di previdenza sociale, e c'è una vaga parvenza di stabilità in un periodo così assurdamente e violentemente incasinato e complesso.
perciò scarico il camion, taglio la scatola, apro le buste, tolgo il cartone, rimuovo l'etichetta, divido ogni indumento per tipo e colore: in attesa di un'occasione più seria e di una lingua appena un po' più fluente sono felice di questa piccolo ma onesto lavoro di infima manovalanza, di questa strana esperienza di passaggio comunque importante, perché lavorare in un paese che non è il proprio, senza conoscerne perfettamente la lingua, resta comunque una piccola impresa, un complicato esercizio di galleggiamento, e sono nonostante tutto fiero di ogni goccia di sudore, di ogni notte spezzata, e di ogni nuova nuova parola che sono riuscito a imparare e a mettere da parte. f

csxqp: otis redding - "(sittin' on) the dock of the bay"