tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

venerdì, marzo 20, 2015



l'ultima volta che sono stato nella mia passata città l'ho riconosciuta dall'odore. ho annusato il vento, come un cane randagio, e mi ha attraversato una sensazione profonda e familiare, indefinibile nella sua limpida purezza, come se l'odore di quella notte avesse dentro l'odore di tutte le notti prima di quella: tutta la città, e tutta la mia storia con lei, racchiuse dentro un singolo respiro.
non c'erano stelle, l'aria che mi sferzava la giacca non era fredda e i palazzi.. beh, chi si ricordava che fossero così alti? imperturbabile come sempre sembrava non fare troppo caso a me, mentre camminavo in punta di piedi sospeso fra il passato e il presente, come ai margini di un sogno in procinto di svanire. 
andai avanti così per un bel po', inspirando fino in fondo quello strano misto di nostalgia e polveri sottili. mi venne in mente che è buffo come le persone possano rinascere, salvate in modi imprevedibili, e che dieci anni sono davvero volati. la notte, la strada, i ricordi, la vita, i polmoni. che spettacolo. f

csxqp: nick drake - "pink moon"

mercoledì, febbraio 25, 2015



succede sempre così, con le città in cui ci si ritrova a vivere e ad abitare: ad un certo punto si ha la sensazione, forse un po' astratta ma inconfondibile, di una reciproca appartenenza. è difficile da spiegare, ma sicuramente è un qualcosa che non si può percepire attraverso l'occasionale e momentaneo mordi e fuggi di una visita turistica, sbocconcellare frettoloso che lì per lì magari sazia, ma che non consente di assaporare fino in fondo i riti, gli scorci e le debolezze di una città, di respirarne i dettagli, di sentirne scorrere l'umore e l'atmosfera, di lasciarsi incantare dai suoi racconti e dalle sue sfumature.
così dopo ivrea, milano, bologna e new york ecco che anche aachen da qualche tempo mi è entrata irrimediabilmente sottopelle. è la carta su cui sto scrivendo questo pezzo della mia storia, la sento pulsare di ricordi e situazioni, vi ci ho adattato i miei ritmi e ho imparato a coglierne il carattere, nel bene e nel male, come si fa con una vecchia amica a cui con il tempo si impara a voler bene.
tuttavia ultimamente a questa sensazione se ne è affiancata un'altra, per certi versi opposta e per certi altri complementare: si è fatta largo con forza nel marasma delle impressioni di questi ultimi mesi la consapevolezza intensa di un'orizzonte molto più ampio, la percezione cioè di essere cittadino non tanto di un luogo particolare, quanto piuttosto del mondo.
aachen è in realtà una moderna babele di lingue e speranze, dove tutte le persone che ho incontrato e conosciuto fino ad ora provengono dai più disparati altrove, e dove la comunicazione avviene attraverso un tedesco liquido, traboccante di accenti e di neologismi improvvisati, di gesti e regole grammaticali infrante, di sintassi barcollanti e parole prese in prestito. una lingua mescolata con altre, sicuramente imperfetta ma non per questo meno entusiasmante o efficace, dove è divertente ascoltare sonorità mai sentite prima o sorprendersi di fronte a etimologie inaspettate.
ho scoperto di trovarmici a mio agio, a chiacchierare con il mondo, e a portarci dentro un po' di italia. sono stato molto fortunato: è sicuramente più facile non sentirsi straniero, in un posto dove tutti sono stranieri, soprattutto quando si incontrano persone che riescono a vedere nelle differenze non un limite ma un'opportunità.
su un decrepito e abbandonato edificio doganale fra germania e belgio qualcuno ha scritto "grenze ist, wenn man daran glaubt": alla fine è davvero proprio così, un confine esiste, solo quando uno ci crede. f

csxqp: lorenzo jovanotti - ora"

sabato, febbraio 07, 2015


raramente ne avevo sentito parlare, e personalmente non avevo mai approfondito, ma alcuni nomi erano ben presenti nella mia mente, e rimandavano inevitabilmente a lei. Anche senza ricordare da dove fossero usciti, ne chi li avesse pronunciati, c'erano, e richiamavano luoghi sperduti e affascinanti, selvaggi e misteriosi, carichi di storia, una storia che ancora ignoravo. Fitz Roy, Cerro Torre, Perito Moreno per me erano solo tre toponimi, riportatimi da un programma televisivo, o pronunciati in qualche casuale discorso, e nonostante ciò ero riuscito a coglierne la grandezza, la magnificenza, quell'aurea mistica che solo alcuni ambienti sanno trasmettere.
qualcuno mi scrisse "andiamo", ma anche il solo pensarci mi sembrava folle... troppo lontano, troppo tempo, troppo estremo, troppo... e invece no, qualcosa di indefinito continuava ad attirami, mi spronava, perché la prospettiva era allettante, e continuare a rifletterci inutile, non avevo motivi per rinunciare, così ho prenotato, e per tre mesi non ci ho più pensato...
sono partito senza guide e informazioni, senza immagini e ricordi riciclati, digiuno di storie e notizie, come una pagina bianca, pronto a godermi lo spettacolo della natura, la sorpresa di avventurarmi in territori a me sconosciuti, cercando di crearmi, strada facendo, il mio personale bagaglio di conoscenze, giudizi, aneddoti, esperienze, emozioni. Volevo scoprire da solo quanto è forte il vento e buia la notte, quanto è estesa la pampa e imponenti i ghiacciai, quanto inaccessibile è la vetta e aspra la vita. Volevo regalarmi lo stupore dell'esploratore, di chi si appresta ad affrontare l'ignoto.


Patagonia significa arrivare alla frontiera, non una qualsiasi, ma quella del mondo; è un viaggio nel viaggio, disseminato di voli e coincidenze, strade e attese, fra terra e nuvole, fino al termine della strada; è un luogo di passaggio, dove nessuno sembra destinato a fermarsi, dove c'è gente che arriva e che parte, chi con un sogno chi per scappare, perché questo è stato anche un posto di fuggitivi, di furfanti, di ladri, oltre che di esploratori, e ora di turisti.
Patagonia significa piegarsi al volere della natura, adeguarsi all'ambiente, al clima, alle condizioni meteo, assecondandone il volere; è mettersi in discussione, testare i propri limiti, rendersi conto delle debolezze umane; è la terra dei sogni infranti, è la delusione di non veder soddisfatte le proprie aspettative, ma è anche la gioia della condivisione, della comunanza d'intenti, delle affinità emotive; ci si sente parte di un contesto, dove ognuno segue un’ambizione, un obiettivo, che poi non è tanto differente da quello degli altri, e questo crea una forte empatia, fratellanza.
ma la Patagonia è soprattutto una condizione dell'anima, uno stato dell'essere in cui l'influenza dell'ambiente è totalizzante; cambia la prospettiva, la percezione, le priorità, si regredisce, ci si spoglia del superfluo, si torna all'essenzialità delle cose, ai bisogni primari. La vita è camminare e mangiare, proteggersi, e poi dormire, aver freddo, esser sorpresi dalla tempesta, spazzati dal vento, bagnati fino al midollo, e poi scottati dal sole... è l’attesa di un miglioramento, uno zuccotto ricolmo di mate, due chiacchiere intorno a un fornello, senza preoccuparsi di come sarà il domani… ma è anche l’emozione dei ghiacciai, dei crepacci, delle mille sfumature di blu; è il riverbero della luce, la violenza degli elementi, la stravaganza delle nuvole; è lo stupore delle vette, della loro imponenza e verticalità, e la convivialità degli incontri, con i locali, i cani, gli alpinisti, con chi ha affrontato i propri demoni, chi ha vinto e chi ha perso.
la Patagonia è caos e armonia, pace e ferocia, è un luogo fuori dal tempo, irrequieto, ostile e accogliente, è l’essere felici senza necessariamente divertirsi.

adesso che sono tornato, che mi sono fatto la mia idea, che ho vissuto il momento, ho deciso di approfondire, di informarmi, leggere libri e resoconti, e così confrontarmi, arricchirmi, aggiungere tasselli a quello che è stato, e ritrovarmi, assaporando i ricordi.
però più ci penso, e più ne parlo, più mi convinco che la Patagonia non si dovrebbe raccontare, è un'esperienza che va sperimentata, personalmente, intimamente. Ve la auguro. y

csxqp: lykke li - “i follow rivers” (yolo remix)

domenica, gennaio 18, 2015



ho rivisto l'altro giorno la nostra ultima fatica cinematografica, una nostalgica elegia delle due ruote come ultimo baluardo di poesia all'interno dell'asettico e frenetico contesto metropolitano, e devo ammettere che, a mente fredda e a distanza di qualche tempo dalla sua produzione, mi è piaciuta, e mi è sembrata un'opera tutto sommato riuscita. certo, i suoi limiti sono evidenti: la voce narrante è ad esempio francamente imbarazzante, e ha nella mancanza di espressività e nella scarsa qualità di registrazione i suoi principali, e non certo unici, difetti. la musica, sebbene abbia ricevuto generosi apprezzamenti, altro non è che una estenuante successione di accordi di do e sol di durata assolutamente casuale, strimpellati sgraziatamente e alla meno peggio, e ha sicuramente ampi margini di miglioramento. sarebbe inoltre troppo facile parlare male degli attori, perciò eviterò di infierire, e alcune scene andrebbero sicuramente rifatte (ci sono un paio di soggettive che fanno venire il mal di mare, e la scena a petto nudo sotto il sole avrebbe bisogno, per essere vagamente credibile, di un petto nudo e di un po' di sole). l'incedere complessivo è infine sicuramente troppo lento e malinconico per coinvolgere e appassionare qualcuno che non lo stia guardando solo perché ci vuole bene.
nonostante tutte queste evidenti carenze però, in un modo tutto suo, questo cortometraggio mi pare qualcosa di bello. sarà che ormai ci sono affezionato. sarà che il dolce ricordo delle giornate di ripresa, così piene di risate, inconvenienti e spunti creativi, è ancora molto forte e mi fa venire ogni volta il buon umore. sarà che è stata la prima volta che le parole scritte per questo blog decidono di uscirne, per ispirare, dare vita e trasformarsi in qualcos'altro. sarà forse per tutto questo ma mi pare che il nostro corto funzioni: che riesca cioè a comunicare qualcosa di non banale  sul nostro mezzo di trasporto preferito, e che parole e immagini riescano a esprimere, nel complesso, davvero qualcosa di noi.
sarà perciò sicuramente giusto e doveroso, ovviamente nell'ambito dei nostri tempi più che biblici, riscriverlo, tagliarlo, aggiustarlo, velocizzarlo, rimontarlo e renderlo per quanto possibile più appetibile e più vivace, con l'idea di spingerlo un giorno fuori dal nido e magari mandarlo al prestigioso bike film festival. però, nell'attesa di questi annunciati cambiamenti, probabilmente non mi stancherò mai di rivedere questa prima versione. f

csxqp: bruce springsteen - "frankie fell in love"

martedì, gennaio 06, 2015


ogni volta che mi incammino verso l'aeroporto una parte di me vorrebbe restare, ritornare a casa, alle sue sicurezze, ma ogni volta ricordo cosa vuol dire viaggiare, aprirsi al mondo, all'ignoto, e allora riprendo coraggio, perché quel purgatorio, quelle ore di attesa, sono solo un piccolo intermezzo, un viatico indispensabile per lasciarsi tutto alle spalle, rimettersi in gioco, e potersi così abbandonare a nuove esperienze. y

csxqp: edward sharpe & the magnetic zeros - "home"

venerdì, dicembre 12, 2014



da queste parti l'estrema imprevedibilità del tempo a volte è quasi insostenibile, stelle limpide come solo nei deserti o nei fumetti, pulviscoli umidicci, inaspettati squarci d'azzurro, nuvole in fuga da chissà che cosa, cieli impressionisti, improvvise piogge subdole, il sole delle nove di mattina che sembra già tramontare: non sai mai cosa ti aspetta ed è un bel modo di vivere. è un periodo di quelli che non riesco a scrivere, forse nemmeno a pensare, incipit sparsi di post che non vedranno mai la luce si affastellano con disordinato vigore, mesi di cose, ansie e novità che vorticano troppo veloci per poterle tradurre in parole, figuriamoci in frasi contorte e affannate che incespicano su troppe virgole superflue, (dopotutto credo io, che ciò, che vivendo sto, affascinante è), ho le tasche piene di verbi che alla fine, suppongo, mi torneranno utili, e mi accontento come al solito di pochi concetti inconcludenti, come questo post: è tutto rapido, e intenso e colorato, nuove persone e sensazioni, come nei sogni, che quando ci si sveglia non si riesce davvero mai a metterli in ordine. la vita da studente parecchio fuori corso è strana, mi chiamano secchione e non era mai successo, mi sveglio presto, bevo la nostalgia in piccoli sorsi scuri, l'alba fa l'appello e i miei difetti rispondono sempre presente, non bigiano mai quegli stronzi. e ce ne andiamo in una città a mille chilometri, veniamo tutti da climi bellissimi ed economie disastrate, come se ci fosse un nesso, quando si vive all'estero ci si accorge ben presto che l'estero è solo una condizione mentale, cadono i muri, cambiano le certezze, e non si capisce mai se ha più coraggio chi parte o chi resta. odio ancora il natale, santissima festa della coca cola, abeti morti e sana misantropia, un altro cordiale fanculo, come in quella vecchia canzone. spero che alcune tristezze siano biodegradabili, e non restino sospese fra lo spiegare e il capire, faccio la raccolta differenziata delle lacrime, separo quelle inutili da quelle sprecate, da quelle altamente inquinanti, e spero di riuscire a buttarle via, un giorno. 
non mi resta che tenere aperta la finestra, spalancata, e respirare forte fino a farmi sanguinare il naso. f

csxqp: i folkabbestia - "la fuga in fa"

domenica, novembre 02, 2014


Sono sempre stato affascinato dal mondo militare, da quell'aurea di gloria e onore, fierezza e valore, coraggio e audacia, integrità altruismo ordine rettitudine sacrificio spirito di corpo...
e adesso mi chiedo il perché, perché credo in questa idea romantica, in questo falso mito, in questa terribile idiozia, e perché ho sempre accettato questo sentimento senza pormi domande, quelle domande che invece ora incomincio a farmi. La verità è che provo delle emozioni contrastanti, e riflettendoci le contraddizioni fra ciò che penso ciò che sento ciò che immagino e la realtà non possono che essere innumerevoli ed evidenti.

Recentemente ho visto alcuni documentari sulla seconda guerra mondiale, sul colonialismo, sull’Afghanistan, sui regimi totalitari, e mi sono dovuto ricredere su molte cose, non ultimo l'utilità della guerra.
Penso che ciò che spinge i politici a porre un popolo in conflitto è sempre un interesse. Penso che questo non è accettabile per una cultura, come la nostra, che si vanta di essere democratica e liberale. Penso che l’interesse particolare non può essere una valida ragione per imbracciare un'arma. Penso che non si può uccidere o morire per convenienza. Così, visto che questa convinzione sembra sia generalmente condivisa dall'opinione pubblica, si è incominciato a parlare d’interventi umanitari, di esportare la democrazia, di operazioni di pacificazione, di rendere la libertà agli oppressi… per quanto possa credere a questi nobili ideali mi appare chiaro che comunque si continua a interviene solo là dove c'è un tornaconto e inoltre, alla luce delle recenti esperienze, è evidente l'inutilità di azioni in contesti nazionali dove il popolo, in "favore" del quale si decide di operare, non è pronto a ricevere conservare difendere questi valori. Aggiungerei inoltre che quando i tempi sono maturi il cambiamento avviene senza che sia necessario un intervento esterno. Questo perché ci deve essere innanzitutto una forte consapevolezza/presa di coscienza, una volontà di rottura che deve partire dall’interno, dalle persone, e quindi prescinde da ogni qualsivoglia azione di terze parti.


Ma a parte queste valutazioni, ciò che mi ha spinto a scrivere, che mi ha colpito nel profondo, facendomi riflettere, titubare nelle mie convinzioni, sono le testimonianze dei reduci… sentendoli, vedendo i loro volti, ascoltandone le parole, ho compreso la verità, quello che si nasconde dietro tante mistificazioni, ciò che i film e i giornali non dicono. Non c’è onore, non c’è fierezza eroismo dignità gloria nobiltà audacia munificenza decoro altruismo nella guerra, c’è solo dolore, disperazione, sofferenza prevaricazione fame freddo panico angoscia crudeltà vergogna villania terrore e soprattutto, morte.
E’ facile parlare seduti comodi in poltrona, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, nel tepore di casa, mandando avanti gli altri… eppure si continua a ritenerla necessaria, indispensabile, opportuna, ma si parla troppo senza cognizione di causa, senza sapere cosa significhi, provochi, comporti. Credo cha alla fine, inconsciamente, optare per il servizio civile sia stata la scelta migliore. Credo che il nostro paese dovrebbe rinunciare ad avere un esercito. Credo, infine, che indossare abiti mimetici sia riprovevole perché subdolamente promuovono il militarismo e un’idea distorta della realtà bellica.
Per quanto ne sia irrazionalmente ammaliato, tanto da custodire le medaglie del bisnonno e possedere una maglia dei paracadutisti israeliani, odio la guerra, sia come atto di aggressione che come atto di pacificazione. L'unica lotta che posso accettare è quella di liberazione, null’altro. Cosa ciò significhi è indubbio, ma non per tutti. Il genere umano è abilissimo nel piegare le parole al suo volere, così vi rimando ad un articolo, l’undicesimo della nostra Costituzione…

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Lo so bene che le cose non sono semplici, che non può essere o tutto bianco o tutto nero, e che questi discorsi possano risultare ipocriti e semplicistici, ma basterebbe così poco per vivere in pace che mi domando perché non si riesca ad arginare questa piaga, perché devono sempre essere gli interessi di pochi ad indirizzare l'agire di molti, e perché così tanta gente continui ad alimentare questa follia. y

csxqp: 30 seconds to mars - "this is war"