tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

domenica, novembre 02, 2014


Sono sempre stato affascinato dal mondo militare, da quell'aurea di gloria e onore, fierezza e valore, coraggio e audacia, integrità altruismo ordine rettitudine sacrificio spirito di corpo...
e adesso mi chiedo il perché, perché credo in questa idea romantica, in questo falso mito, in questa terribile idiozia, e perché ho sempre accettato questo sentimento senza pormi domande, quelle domande che invece ora incomincio a farmi. La verità è che provo delle emozioni contrastanti, e riflettendoci le contraddizioni fra ciò che penso ciò che sento ciò che immagino e la realtà non possono che essere innumerevoli ed evidenti.

Recentemente ho visto alcuni documentari sulla seconda guerra mondiale, sul colonialismo, sull’Afghanistan, sui regimi totalitari, e mi sono dovuto ricredere su molte cose, non ultimo l'utilità della guerra.
Penso che ciò che spinge i politici a porre un popolo in conflitto è sempre un interesse. Penso che questo non è accettabile per una cultura, come la nostra, che si vanta di essere democratica e liberale. Penso che l’interesse particolare non può essere una valida ragione per imbracciare un'arma. Penso che non si può uccidere o morire per convenienza. Così, visto che questa convinzione sembra sia generalmente condivisa dall'opinione pubblica, si è incominciato a parlare d’interventi umanitari, di esportare la democrazia, di operazioni di pacificazione, di rendere la libertà agli oppressi… per quanto possa credere a questi nobili ideali mi appare chiaro che comunque si continua a interviene solo là dove c'è un tornaconto e inoltre, alla luce delle recenti esperienze, è evidente l'inutilità di azioni in contesti nazionali dove il popolo, in "favore" del quale si decide di operare, non è pronto a ricevere conservare difendere questi valori. Aggiungerei inoltre che quando i tempi sono maturi il cambiamento avviene senza che sia necessario un intervento esterno. Questo perché ci deve essere innanzitutto una forte consapevolezza/presa di coscienza, una volontà di rottura che deve partire dall’interno, dalle persone, e quindi prescinde da ogni qualsivoglia azione di terze parti.


Ma a parte queste valutazioni, ciò che mi ha spinto a scrivere, che mi ha colpito nel profondo, facendomi riflettere, titubare nelle mie convinzioni, sono le testimonianze dei reduci… sentendoli, vedendo i loro volti, ascoltandone le parole, ho compreso la verità, quello che si nasconde dietro tante mistificazioni, ciò che i film e i giornali non dicono. Non c’è onore, non c’è fierezza eroismo dignità gloria nobiltà audacia munificenza decoro altruismo nella guerra, c’è solo dolore, disperazione, sofferenza prevaricazione fame freddo panico angoscia crudeltà vergogna villania terrore e soprattutto, morte.
E’ facile parlare seduti comodi in poltrona, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, nel tepore di casa, mandando avanti gli altri… eppure si continua a ritenerla necessaria, indispensabile, opportuna, ma si parla troppo senza cognizione di causa, senza sapere cosa significhi, provochi, comporti. Credo cha alla fine, inconsciamente, optare per il servizio civile sia stata la scelta migliore. Credo che il nostro paese dovrebbe rinunciare ad avere un esercito. Credo, infine, che indossare abiti mimetici sia riprovevole perché subdolamente promuovono il militarismo e un’idea distorta della realtà bellica.
Per quanto ne sia irrazionalmente ammaliato, tanto da custodire le medaglie del bisnonno e possedere una maglia dei paracadutisti israeliani, odio la guerra, sia come atto di aggressione che come atto di pacificazione. L'unica lotta che posso accettare è quella di liberazione, null’altro. Cosa ciò significhi è indubbio, ma non per tutti. Il genere umano è abilissimo nel piegare le parole al suo volere, così vi rimando ad un articolo, l’undicesimo della nostra Costituzione…

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Lo so bene che le cose non sono semplici, che non può essere o tutto bianco o tutto nero, e che questi discorsi possano risultare ipocriti e semplicistici, ma basterebbe così poco per vivere in pace che mi domando perché non si riesca ad arginare questa piaga, perché devono sempre essere gli interessi di pochi ad indirizzare l'agire di molti, e perché così tanta gente continui ad alimentare questa follia. y

csxqp: 30 seconds to mars - "this is war"

giovedì, ottobre 09, 2014


lo sapete, ultimamente la bicicletta è il centro del mio mondo, e tutto (o quasi) gira intorno a lei: il corto, la ciclofficina, gli acquisti, l’arredamento, i viaggi, l’abbigliamento, il tempo libero, le ricerche su internet, ogni cosa rimanda sempre e unicamente a lei. E' il mio unico mezzo di trasporto, e così mi accompagna al lavoro, e mi riporta a casa la sera, dopo aver assecondato tutta una serie di richieste, ripensamenti, deviazioni, frutto del caso o della semplice voglia di gironzolare, ancora un poco, prima di dichiarare ufficialmente la tregua, in attesa che il sole risorga. Ma non è sempre così, il giovedì c'è l'extra, c'è il critical mass, si riesce, si riabbraccia la città, ma con più forza, in compagnia di una moltitudine di sconosciuti, un nugolo* di ciclisti che per una sera vuole rivendicare il suo diritto, a esistere.

Poi capita che qualcuno, vedendoti stanco, ti chieda della serata, e nel discorso si accenni al fatto che, prima di schiantarti esausto nel letto, hai trascorso le ultime ore della giornata a pedalare, anche se era sera, faceva freddo, eri solo e avevi, a casa, una molteplicità di cose da fare…
Alle 22 ti sei presentato in piazza mercanti, ti sei guardato intorno, hai assaporato il crescente brusio, per poi, al segnale convenuto, rompere gli indugi… è così che si parte, senza una guida, senza un percorso, ma con un’idea in testa, invadere la città, le corsie, le piazze, quegli spazi in cui abbiamo il diritto di pedalare ma che non ci vengono riconosciuti. Mi si domanda il perché, il significato di tutto ciò che per gli altri è solo confusione e illegalità, trasgressione e anarchia, prepotenza e arroganza. Ma per quanto mi possa sforzare nel dare un senso, uno scopo, una ragione a tutto questo, l’unica cosa che loro interessa è sapere il perché attraversiamo con il rosso. La loro curiosità, e la loro disapprovazione, si focalizza, inspiegabilmente, solo su questo aspetto. E allora come ai bambini bisogna spiegare che noi non siamo diversi da ogni altro movimento che manifesta in corteo il proprio dissenso, e ci comportiamo di conseguenza. Poi magari mi premerebbe dirgli che non è quello il fulcro della questione, ma è inutile, la loro attenzione è già persa, voglio continuare a vivere nell’ignoranza, ignorandoci.

Credo che il critical mass abbia diverse anime, e che ognuno lo possa vivere in maniera differente, portando avanti le proprie idee, ma alla fine resta un atto di protesta, oltre che una festa, in cui vogliamo farci vedere, porre l’attenzione su noi stessi, sul nostro diritto di utilizzare la strada, di essere presenti, senza essere discriminati, prevaricati, osteggiati. y

clxqp: weiss eben - “bike snob. manifesto per un nuovo ordine universale”

*dicesi anche miriade/ stuolo/ marea/ frotta/ folla/ fiumana/ mandria/ banda/ branco/ orda/ sciame/ schiera/ caterva/ mucchio, a seconda della serata, del meteo e dell’animo dei presenti.

lunedì, ottobre 06, 2014


inspira, espira, inspira, espira, calma, che ormai vai verso i quaranta, che ti fa male, conta, unoduetrequattrocinqueseisetteottonovedieci, respira... e poi non mi devo incazzare, ma come si fa, ora che mi dicono che devo pagare la "tasi", anche se non possiedo una casa... ahhhhh gli ottanta euro di Renzi (che astuzia), ahhhh l'anticipo del tfr (che presa per il culo), ahhhh il rilancio dei consumi (che chimera), ahhhh la politica (che mal di pancia)...

sono un lavoratore dipendente, non posso nascondermi, ci pensa lo Stato al mio stipendio, preleva ancor prima che io li veda, quei soldi, e così pago tutto, addizionale comunale, addizionale provinciale, "ivs", "cigs", "irpef", fondo est, più un'altra sfilza di voci a cui non voglio neanche pensare, e fuori busta ci aggiungo anche "tarsi" "tarsu" "tares" "salminchius", gli venisse, li mortacci loro... sorridenti, saltellanti, piacioni, se la suonano e se la cantano, ci raccontano tante belle favole, storie di tasse che spariscono (vedi "imu"), di diritti che si ampliano (riforma articolo 18), di buste paga che si gonfiano (vedi anticipo tfr), uhhh che goduria, gongolo, è la svolta, il momento del rilancio dell'economia, dell'uscita dalla crisi, e invece no, non proprio, anzi…

s'ì fosse foco arderei' il mondo, s'ì fosse vento lo tempesterei, s'ì fosse... y

clxqp: jonathan lethem - "i giardini dei dissidenti"

domenica, settembre 14, 2014

 
"Figli di Scozia siete sicuri che, agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l'occasione, solo un'altra occasione di tornare qui sul campo a urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà."

Avevo sedici anni, la prima e unica volta, in cui abbracciai la terra di Scozia. Fu lì che, non ancora maggiorenne, conobbi la libertà, il vivere senza genitori, protezioni, barriere... furono tre settimane incredibili, giorni in cui cominciai a scoprire me stesso, a relazionarmi con gli altri, ad agire autonomamente... ma non fui solo, avevo un caro amico, e a lui se ne aggiunsero altri quattro, e così, in quella sorta di anarchia controllata che era il campus, ci organizzammo fra calcio, lavanderia, mensa, esplorazioni, discoteca, nottate brave, ragazze... ogni tanto si studiava, e ogni tanto si dormiva, ma era solo un breve intermezzo fra noi e la vita. Fu un momento magico, confuso e irripetibile. Mi trovai a giocare sotto la pioggia, a ballare il limbo, a dichiarare il mio amore, a fare verticali sull'erba, ad ammassare materassi, a discutere, a prendere autobus senza conoscerne la direzione... tutto era importantissimo e irrilevante, fondamentale e futile, essenziale e inutile, secondo la direzione del vento.
Con questo stato d'animo ci avventurammo verso nord. La natura selvaggia e il clima inclemente furono nostre compagne di viaggio. Erano l'una la conseguenza dell'altro, e così ne accettammo ammaliati l'imponenza. Attraversando le Highlands incontrammo la leggenda di Wallace, senza però veramente intuirne la grandezza. Ma non fu tempo sprecato, anzi, proprio lì iniziammo un percorso che ci pose a confronto con lo spirito di questo popolo, ostile e fiero, diffidente e altruista. Il nostro professore ci insegnò l'inno nazionale, che scoprii poi non essere ufficiale, perché non poteva esistere là dove non c'era uno Stato. Quelle parole però mi rimasero in mente, e ancora oggi ricordo con una certa emozione quel grido di rivalsa nei confronti del nemico Inglese. Noi stessi subimmo tutta quest’aggressività repressa, il loro disprezzo, senza mai capirne veramente il perché. Ci scontrammo così con la conflittualità dei giovani, con chi non ha nulla da perdere e molto da guadagnare. Era forse un fuoco destinato ad assopirsi con gli anni, ma in nessun altro paese mi sentii così indesiderato. Nonostante ciò continuo a serbarne un ricordo speciale, un’idea romantica, un'immagine sicuramente falsata dai film, dalla storia, e dalle particolari condizioni in cui vissi quell'esperienza. Le ragioni di questo mio amore incondizionato, altrimenti inspiegabile, sono forse proprio da ricercarsi nella mia stessa natura, nell’emotività, e nell’essere un inguaribile idealista sognatore. Provo un’affinità spirituale che travalica ogni incomprensione.


In questi giorni la Storia batte di nuovo alle loro porte. Sono dinanzi a un bivio, un sogno da molti accarezzato per decenni e da altrettanti temuto. Non entro nel merito delle questioni economiche, politiche, sociali, legate al petrolio, alla moneta, all’adesione all’unione europea, all’assistenzialismo e alla riforma dello stato sociale, ma mi auguro un cambiamento, e se questo avverrà con l'indipendenza tanto meglio. Sarei fiero se il popolo scozzese decidesse di prendere in mano le redini del proprio destino, dimostrando intraprendenza e valore. Per loro auspico un percorso non dissimile da quello intrapreso dai fratelli irlandesi, che con tenacia e sacrificio hanno superato gravi problematiche e difficoltà. Spero in un periodo di emancipazione e rinascita, come lo fu per me quel lontano 1996.
Figli di Scozia, è giunta l’ora, dopo otto secoli. y

csxqp: "the corries - flower of Scotland"

giovedì, agosto 28, 2014



"la mancanza di talento porta all'approssimazione, l'approssimazione alla bruttezza, la bruttezza conduce alla sofferenza. la mancanza di talento è la via per il lato oscuro"

ormai da qualche anno a questa parte, non so bene per quale motivo, nei mesi di luglio o agosto il mio (scarso) estro musicale improvvisamente si accende: qualche forza misteriosa mi spinge a imbracciare il mio ukulele e sento l'irresistibile impulso di creare qualcosa, torturando le sue povere quattro corde con tutta la pochezza di talento di cui sono capace.

tutto è iniziato qualche giorno fa, quando un mio compagno di corso, un ingegnere greco con trascorsi da chitarrista rock, è venuto a trovarmi. abbiamo iniziato a suonare, lui facendo scorrere con disarmante facilità accordi e melodie su una vecchia chitarra, io arrancando con sofferenza dietro i suoi arpeggi, maltrattando senza pietà inermi accordi sul mio ukulele. all'improvviso non so come ci è venuta l'avventata idea di scrivere una canzone in tedesco, e di cimentarci con la lingua che, con tanta fatica, stiamo provando a imparare. ci sono voluti parecchio tempo e una gran quantità di vino ma alla fine… beh, alla fine non siamo riusciti a produrre niente che fosse anche solo vagamente decente: la verità è che il tedesco ha una costruzione della frase talmente complessa e poco intuitiva che è veramente difficile adattare metrica e significati a qualcosa che poi sia anche, almeno vagamente, melodico.

così abbiamo smesso di suonare, divertiti ma un po' delusi. però il pallino mi è rimasto: avevo già scritto un'intera canzone in inglese e un'altra aveva il ritornello in spagnolo. poteva dunque mancare una canzone in tedesco? si, sicuramente poteva, e forse sarebbe stato meglio: considerato che già in italiano non mi vengono così bene, probabilmente non ci sarebbe voluto un genio per capire che affrontare la scrittura in tedesco è quantomeno prematuro (ho sicuramente fatto ben più di qualche grossolano errore). ma non so cosa farci, la forza misteriosa ha prevalso, ho ceduto ancora una volta al lato oscuro dell'ukulele, ed è stato come sempre divertente.

eccola qui. è naturalmente una canzone d'amore dedicata alla povera fau, ormai abituata a questi omaggi così sgangherati.

[G] du bist zweifellos [A] eine Diebin, [C] dass
[G] mein herz plötzlich [C] gestohlen [A] hat
[G] aber tag nach tag [A] verstehe [C] ich,
[G] dass du die süßten [C] Diebin [A] bist
[C] bitte [D] gib mir [G] das [C] nie zurück [G] nicht
[C] mein herz [G] ist dein
[C] bitte [D] gib mir [G] das [C] nie zurück [G] nicht
[C] mein herz [G] ist dein (x3)

über die aufstiege  von dieser Stadt
und die Schwierigkeiten von diesem Satz
mit jedem Wetter, in jedem Land
das macht nicht welcher zustand
überall will ich mit dir mitsein
immer mit dir
überall will ich mit dir mitsein
immer mit dir (x3)

du bist meine Erstaunengöttin
meine Rettung, meine Richtung, mein Sonnenstrahl
die ruhige Weisheit, die ich nicht
habe und ich nicht haben kann
weil ich glaube, dass du meinen verstand auch
gestohlen hast
weil ich glaube, dass du meinen verstand auch
gestohlen hast (x3)

davon ist beweis dieses Lied
ein bisschen plump, ein bisschen geflickt
voll von viele falsche Fehlers
nur zu dir sagen, dass ich seit jeher
leidenschaftlich in dich verliebt bin
verrückt nach dir
leidenschaftlich in dich verliebt bin
verrückt nach dir (x5)

arrivati a questo punto però immagino che qualcuno a buon diritto potrebbe anche chiedersi cosa diavolo significhi tutto questo, e se il suono di queste parole è davvero brutto come può sembrare leggendole. trovate qui ogni risposta. che la forza sia con voi. f

csxqp: amanda palmer - "ukulele anthem"

martedì, luglio 01, 2014


Mi piace aprire l'armadio e trovarci un'infinità di storie, ricordi, affetti e... vestiti, indumenti che mi accompagnano da anni e che, nonostante questi continuino ad accumularsi, non mi abbandonano, anche se logori e vissuti... e così una maglia gialla, che ai più non dice nulla, per me è espressione di un legame, con mio padre, che l'acquistò, indossò e conservò nel cassetto fin quando la sua pancia non fu troppo grossa ed io abbastanza grande da prenderla in consegna, regalandogli nuova vita... qualcuno potrebbe dire che è solo cotone, intrecciato e colorato, con una bella stampa e un'etichetta vintage che ora va tanto di moda, ma per me significa molto, e così la indosso con un certo rispetto, riguardo, attenzione, perché non vorrei mai rovinarla, e privarmi così di un caro ricordo, che ormai è un simbolo, espressione del nostro rapporto padre-figlio, della continuità familiare, e del conseguente passaggio generazionale...
E come non citare i pantaloncini neri, da basket, della champion, avuti per una bella pagella, alla fine dell'anno scolastico, in seconda superiore, quando nonostante una grave insufficienza in stenografia riuscii a esser promosso senza materie a settembre. Non ero mai stato molto bravo, a scuola, e così un po’ per necessità e un po’ per premio mia madre mi portò in corso San Gottardo, a Milano, per comprarmi qualcosa per l'estate... mi regalò una splendida maglia da hockey, lavorata in un tessuto supertecnico, che le costò parecchio, ma che non fu sufficiente a placare la mia ingordigia, così si convinse ad abbinarvi anche un paio di pantaloncini, altrettanto cari, che io quasi mi vergognavo a chiedere, tanto mi sentivo in difetto, ma che alla fine mia madre acquistò in maniera risoluta, spazzando via riserve e tentennamenti... ripensandoci ora furono soldi spesi bene, e anche se lei non ricorda nulla, e anzi vorrebbe buttarli, tanti sono i buchi sul sedere, non lo fa, perché ho trovato il modo di renderli presentabili, dandogli una seconda chance, indossati al rovescio, anche se questo vuol dire non poter usare le tasche, e neanche l'elastico, ormai bruciato dai lavaggi e dal tempo, mentre posso far affidamento su un bellissimo laccio rossonero, che ricorda i colori del Milan, la squadra che ho sempre tifato...
Nel secondo cassetto invece sono riposte due canottiere, un vero e proprio cimelio, la cui storia risale a tempi di cui ho solo una vaga memoria, cioè l'infanzia, dove tutto è un po’ offuscato, e non si capisce bene se i ricordi siano il frutto dei racconti altrui o di esperienze dirette... e così quelle maglie della salute, che quando mi furono regalate erano troppo grosse, lunghe e larghe, per essere indossate da un bambino, sono diventate, con la maggiore età, e dopo oltre un decennio in fondo al cassetto a combattere contro le tarme e la minaccia della pattumiera, un inseparabile, morbido, profumato, attillato, salutare, capo da indossare con fierezza sotto ogni maglietta, in qualsiasi condizione climatica, occasione, momento, e così sorrido ripensando a tutto il tempo trascorso, e al suo indiscusso potere, alla sua capacità di influire sui giudizi, sull'utilità e il valore delle cose, e non solo.
 

E poi che dire della polo nera con testa di falco gialla comprata in un negozio di seconda mano a Dublino con i soldi trovati nel pub dove lavoravo, o della maglia bianca e blu stretta e lunga dell’Adidas che mio padre indossava per giocare a tennis e che mia madre colorò di rosa quando la lavò con un capo rosso, o degli shorts della squadra di calcio del Calenzano che mi furono dati da un amico e che avrei dovuto consegnare a un nostro comune conoscente ma che invece egoisticamente trattenni per me, o il berretto di lana rossa, con cucite all'interno le iniziali P.H., che utilizzava mia madre ai tempi del collegio, o la felpa grigia dei Washington Redskins che indossavo in casa come rinforzo al pigiama quando sentivo freddo e che immancabilmente accompagnava le mie giornate di malattia trascorse in attesa della guarigione, o le innumerevoli t-shirt ricordo di mille concerti, degli smashing pumpkins e delle luci, dei garbage e bon iver, e poi ancora decine di magliette, autoprodotte o regali di amici, souvenir di posti lontani, o vicini, dei vigili del fuoco o di campi estivi, di viaggi studio o manifestazioni sportive, avute al lavoro o acquistate su internet, brutte o geniali, ma sempre con la loro piccola grande storia...

il mio vestire non è mai casuale, per me nulla è banale, privo di senso, significato, e così mi piace legarmi ai ricordi, e portarmi addosso, anche letteralmente, il passato e le storie che porta con se, che poi sono gli affetti e le esperienze che hanno fatto di me quello che sono. y

csxqp: francesco de gregori - “la storia siamo noi”

martedì, giugno 17, 2014



il bilancio del mio primo mese da emigrato in terra straniera è indubbiamente (e per certi aspetti insospettabilmente) positivo. la città in cui vivo, sebbene un po' ossessionata dal suo passato (l'effige del re barbuto che le ha dato un posto sui libri di storia è pressoché dovunque, e fa capolino praticamente da ogni strada, edificio e negozio), possiede un perfetto mix di tranquillità, vivacità e cosmopolitismo che le deriva dall'essere una città non troppo grande, ma universitaria e di frontiera (in belgio e in olanda si può arrivare a piedi). ha un anima tutta sua fatta di biscotti alle spezie, caldissime acque termali, innumerevoli forni e pasticcerie, reliquie sacre, parchi verdi pieni di tavoli da ping pong, e tantissime biciclette (anche se ci sono troppe salite per i miei gusti, appena ti muovi dal centro c'è un tourmalet ad aspettarti e non hai scampo, sei costretto a scalare e sputare i polmoni, ma in realtà non durano poi molto e la fatica viene presto ricompensata da meravigliose piste ciclabili in mezzo a boschi e campagne).
la casa in cui vivo è davvero bella, accogliente e luminosa, anche se condivide con quasi tutte le case tedesche la tragica assenza di alcuni elementi di fondamentale importanza: sembra incredibile che da queste parti non siano mai arrivati il bidè, gli ascensori, i muri lavabili in cucina o le tapparelle. un'altra cosa cosa che mi pare residuo indelebile della passata barbarie è che nei supermercati ci sia un solo tipo di biscotti da colazione (le gallette semplici al burro) a fronte di intere corsie dedicate esclusivamente alle caramelle gommose: resto sempre perplesso di fronte a questa sconcertante ridefinizione delle priorità alimentari.
la convivenza procede bene, ma del resto su questo non avevo molti dubbi.
è una cosa nuova ed entusiasmante, di quelle che fanno pensare e vedere molte cose in modo diverso.
anche ritrovarsi nelle veste di studente è una sensazione strana e piacevole. il tedesco però è una lingua inutilmente complicata, che non fa certo dell'intuitività il suo punto di forza: sembra quasi che sia stata concepita esplicitamente per impedire a qualsiasi straniero di impararla in tempi brevi. non è tanto la durezza aspra e spesso impronunciabile di certi suoni a scoraggiare, quanto la sostanziale casualità dietro ad alcuni elementi grammaticali di fondamentale importanza (gli articoli e i plurali su tutti), innestata su una costruzione della frase che definire poco immediata è un colossale eufemismo (alcune parti della frase tendono a finire nell'unico posto dove una persona dotata anche del più piccolo barlume di ordine e praticità non ce le metterebbe mai). ogni regola grammaticale, quando c'è, è fonte di un fiume in piena di interminabili eccezioni, il che è in stridente contrasto con la loro cultura così devota ai regolamenti e ligia a qualsiasi tipo di norma. si ha quasi l'impressione che l'illogicità regni sovrana nella maniera in cui cercano di tradurre le cose in parole: il modo di dire i numeri (125 si dice cento cinque e venti) e l'ora (le 7:25 sono cinque alle metà otto) rivelano molto quanto sia contorta la loro lingua. ciononostante la sto imparando, sto facendo progressi e mi sto divertendo a studiarla, e la cosa mi pare incredibilmente gratificante e miracolosa al tempo stesso.
nel corso che sto seguendo ho fatto amicizia con un improbabile combriccola di scappati di casa, finiti anche loro in questo che è uno dei pochi paesi al mondo a non aver perso la bussola nella deriva economica generale. sono stati spinti il più delle volte ad allontanarsi dai propri paesi disastrati e senza futuro, e a vivere in questo ancora ricco e prospero angolo di europa, proprio dallo stesso intreccio di amore, lavoro e speranze che ho caricato con me sul furgone insieme a cooper e a tutte le mie cianfrusaglie.
così ho potuto sperimentare uno strano ma elettrizzante miscuglio di lingue e di culture, come mai prima in vita mia: nell'insperato tentativo di riuscire a comunicare ecco che l'inglese, il tedesco, l'italiano e lo spagnolo si accavallano e si sovrappongono in un inverosimile e gesticolante grammelot che però riesce sempre, non si sa bene come, ad essere estremamente efficace. mi sono in questo modo ritrovato a parlare di musica e storia, di cinema e cibo, di calcio, lavoro e futuro con ragazzi greci, messicani, turchi, venezuelani e spagnoli (ho pure  trovato un iraniano che ha visto tutti i film di bud spencer), e ho scoperto di avere in comune con loro mille cose che non avrei mai pensato.
ecco, cambiare aria, partire e ricominciare è senza dubbio qualcosa di estremamente difficile. ma allo stesso tempo sono consapevole che sentir mancare un po' di terra da sotto i piedi, rimescolare le carte, aprire la finestra per guardare meglio l'orizzonte lasciando che il vento scompigli abitudini e certezze, è qualcosa che non può farmi che bene. f

csxqp: lorenzo monguzzi - "tempi difficili"