tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

martedì, novembre 14, 2006

Venerdì. Finalmente sera. Ho ancora un paio d’ore, prima di incontrare la Milano che conta. Prima di elargire sorrisi stirati e tiepide strette di mano. Ma questa volta, mi dico, è diverso. Niente ipocrisie, niente rossori: avrò compagnia. Passeggio per corso Buenos Aires, su e giù, senza una meta, immaginando la scena. Mi siedo. Fa maledettamente freddo, e io, mi dico, sono vestito troppo leggero. “Secondo lei, sono più resistenti i cerchioni in ferro o in acciaio?” Alzo lo sguardo. Un signore, anziano, un barbone, alla vista, si siede sulla panchina, accanto a me. “Devo fare un viaggio, non so quale scegliere”. “Provi a rivolgersi a quel negozio, laggiù, di articoli sportivi”. Non so come, non so perché, ma resto lì, a parlare. “Un viaggio - dice il signore - mi servono per andare in Belgio. In bicicletta. Non è la prima volta: forse è per questo che ho dolore al ginocchio. Già, per il freddo patito in dieci anni di peregrinazioni. Dieci anni. Da quando i parenti m’hanno cacciato via di casa”. La sensazione di diffidenza passa. Di fronte, c’è solo un uomo che ha bisogno di parlare. Ma qualcosa, ancora, mi trattiene dall’abbandonarmi all’ascolto. Forse l’emozione per la serata, o il vago terrore che qualcosa possa non andare per il verso giusto, forse, semplicemente, la consapevolezza che quella solitudine straziante, almeno una volta, tutti l’abbiamo provata. Mi squilla il cellulare. Una voce, che aspettavo, dall’altra parte della cornetta: l’appuntamento… Mancato. “Per il lavoro, gli straordinari, sai”… Maledetto lavoro, maledetti impegni, maledetto tutto. Il buon umore se ne va. Sento crescere, dentro di me, l’amarezza. Il vecchio, accanto, continua a parlare, come se niente fosse successo. L’astio verso la zia, verso il mondo, verso Dio, il sogno di evadere, di fuggire, le angherie dei compagni di reparto, quando era manovale: la memoria si spalanca inaspettata, riversando torrenti di parole sepolte, meditate per chissà quanto tempo. Arriva un sms. Brutale, inaspettato: non verrà più nessuno, quella sera. L’amarezza si tramuta in rabbia. Dolore, sconcerto. La tremenda sensazione di un tradimento. Accuso il colpo. Ho fretta, ora. Benché non abbia più niente da fare, improvvisamente, ho fretta. Ho bisogno di muovermi. Per non congelare, per non pensare, forse. L’anziano si alza con me. È un grido, ora, il suo. Le sue parole si confondono con le mie, le barriere cadono. Che fare, dove andare, fuggire, credere, sognare. Mi trattengo. Vorrei andare, ma sento che quello sconosciuto, quella sera, mi sta dando qualcosa. Un’opportunità, forse. Di essere utile a qualcuno. Di sentire, forse, un po’ meno freddo, in quella serata di tradimenti inaspettati. Mi affanno a dispensare consigli. Vorrei stringergli la mano, ma non ho il coraggio di farlo. Lui capisce, e mi ringrazia. Lo saluto con un cenno della mano, e me ne vado per la mia strada, stretto nel bavero di un cappotto troppo leggero. Odio, rancore, gratitudine: difficile dire quello che provo. Macino chilometri, la gente, accanto, mi urta silenziosa. Mi fermo davanti al portone della Milano che conta. Ancora uno squillo al cellulare. Forse qualcuno verrà all’appuntamento, ma il tempo è passato. Indosso la maschera, varco il portone. La mia serata è cominciata. Rob

1 Commenti:

Blogger tabacchifc ha detto...

voglio morire! y*

12:53 PM

 

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