tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

venerdì, aprile 24, 2026

 


bentornati a Tabacchi FC! Tabacchi FC, ovvero Tabacchi Football Club, ovvero Tabacchi Falsi Cinquantenni (e sottolineo falsi, un po' perché, anche se ormai manca poco, non abbiamo ancora raggiunto questa maledetta soglia anagrafica, e un po', anzi soprattutto, perché lo spirito che contraddistingue i nostri sbrodolamenti letterari non mi sembra poi molto lontano da quello degli esordi, e un po' FanCazzisti, a ben vedere, lo siamo rimasti), ovvero un blog creato molto tempo addietro da quelli che si ritrovavano la sera a giocare a calcetto nel mitico parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a milano (chissà se è sopravvissuto al cemento, dopo tutto questo tempo, quello spicchio di verde). Ovvero un contenitore in cui per ben due decenni abbiamo messo tutto quello che ci è passato per la testa, noi e quei temerari che hanno avuto la disavventura di capitare da queste parti (per fortuna non sono stati in tanti!). onore al merito a chi ha dato l'avvio a questo contenitore di pensieri e cazzate assortite: jj che in quel lontano duemilasei ha avuto l'dea e la perseveranza di aprire questo spazio (non importa se poi la perseveranza è durata poco, la speranza di riabbracciarlo qui con un suo post è rimasta immutata e incrollabile), y che ha avuto il colpo di genio del nome definitivo (e meno male che ha prevalso lui in quelle sofferte discussioni, tobacco park sarebbe stato un nome davvero orrendo!), e io, ovvero f, che mi sono preso il compito di scrivere queste brevi righe commemorative, a distanza di vent'anni dalle prime (in realtà qualche giorno in ritardo, come da perfetta tradizione). beh, bando alle ciance e ai convenevoli, dichiaro con solennità che questo blog è ufficialmente ancora qui, in tutto il suo splendore, e qui ha intenzione di rimanere, per almeno altri vent'anni…

vent'anni mi sembra un'enormità, impressionante e meravigliosa, e mi servirà ancora qualche tempo per darle davvero un senso. tanti auguri a chiunque sia capitato dentro queste nostre righe, a chiunque le abbia lette, a chiunque sia passato di qui, anche solo per caso, e a chiunque ci abbia sostenuto. è stato un immenso piacere scriverle, e viverle con voi, queste righe. grazie, davvero, di cuore. f

csxqp: frank turner - "the ballad of me and my friends"

lunedì, marzo 30, 2026

 


del resto si sa, siamo gente di tendenza che frequenta il jet set ed è sempre alla ricerca dell’ultima novità instagrammabile. ridiamo e scherziamo spesso, io e v, sulla nostra vita così piena di eventi mondani, appuntamenti esclusivi, e posti dall'impareggiabile fascino modaiolo: lo scambio di piante e vestiti, il bazar della biblioteca in cui vendono i libri al centimetro, i mille negozi di questa città che combinano usato e beneficenza, il mercatino delle pulci in piazza e quello nei cortili, la sagra del convento con quei waffel strepitosi che solo le suore sanno preparare.
il nostro posto preferito, punto di riferimento inamovibile della nostra vita glamour, è il ristorante dell'ospedale psichiatrico vicino a casa nostra. è spartano ma accogliente, e ci lavorano persone che hanno e hanno avuto grosse problematiche alle spalle, depressione, burnout, dipendenze. il loro impiego come cuochi o camerieri è parte decisiva del loro percorso e della loro terapia, perché fornisce loro un'occasione preziosa per reinserirsi in modo protetto nel mondo del lavoro e nel contatto con le altre persone (da qui il nome del locale). non bisogna lasciarsi ingannare però, il posto è davvero molto allegro, ed essendo noi clienti fissi, quasi di casa ormai, veniamo sempre accolti con grandi sorrisi e grandi, letteralmente, abbracci. molte delle persone che ci lavorano le conosciamo per nome, e non è infrequente che a fine turno qualcuno di loro si sieda al nostro tavolo per scambiare due chiacchiere. v, che in queste cose è formidabile, è già riuscita a stringere molte amicizie, non solo con il personale ma anche con gli altri clienti fissi (alcuni fra l'altro, sono decisamente pittoreschi: ci sono, fra gli altri, un sosia sputato di einstein, un tipo che non alza mai gli occhi dal suo libro, un uomo vestito sempre da donna con delle borsette fantastiche, una signora che ci riempie sempre di improbabili consigli per spingerci al matrimonio). mi capita spesso di osservarle, e mi chiedo sempre che storie abbiano, tutte le persone che vedo e che incontro lì dentro, quali percorsi abbiano compiuto, quali incredibili traiettorie le abbiano portate fin lì, ognuno a suo modo un personaggio, ogni vita così diversa e così straordinariamente unica.
non è decisamente un posto per tutti però: è sicuramente molto caotico, capita che le ordinazioni arrivino sbagliate o tutte insieme, spesso bisogna condividere il proprio tavolo con perfetti sconosciuti (ma è così, del resto, che si conoscono persone nuove), gli orari in cui la cucina è aperta sono estremamente ridotti, l'alcol è comprensibilmente bandito dal menu, che comunque non è molto vario: a parte poche cose fisse si può scegliere solo fra un piatto del giorno e una sua variante vegetariana (in compenso c'è una gran varietà di torte, tutte strepitose). e poi ha un difetto enorme: è aperto solo durante la settimana, e solo a pranzo, così per me è sempre purtroppo molto difficile riuscire ad andarci. ma quando sono a casa dal lavoro è davvero raro che pranziamo altrove.
è un posto che mi piace davvero molto, e non solo perché si mangia molto bene. si respira un'atmosfera di solidarietà e inclusione che fa bene all'anima, e il locale, a dispetto delle circostanze che stanno dietro la sua esistenza, trasmette come pochi altri un piacevole senso di pace e tranquillità.
mi ricorda una cosa che a volte dimentico, cioè che molte persone, anche quelle più insospettabili, si portano dietro cicatrici profonde, e sono impegnate in una dura lotta quotidiana di cui spesso, dall'esterno, non vediamo nulla. qualche battaglia si vince, qualcuna si perde, ma non si smette mai di combattere, e a tutti dev'essere concesso di ripartire e ricominciare, quando si tocca il fondo. ecco, mi ricorda questo, che la gentilezza e l'empatia sono le migliori armi che abbiamo per fare del bene al mondo.
la prossima volta che verrete a trovarci sappiate che vi ci porteremo! f

csxqp: john k. samson - "virtute at rest"

domenica, marzo 29, 2026

"how it started"

Marzo lo potremmo etichettare come il mese delle spille. Questo è uno degli effetti collaterali della mia partecipazione alle olimpiadi, perché la frenesia nascerà li, in quel contesto, e mi accompagnerà non solo in quel periodo limitato di tempo, ma tutt'oggi, ovvero finché l'opera non sarà completata.
Ma andiamo per ordine e contestualizziamo. Nel corso degli anni fra gli atleti è cresciuta l'usanza di scambiarsi un qualcosa che potesse essere testimonianza fisica dell'esperienza vissuta, e rappresentare un ricordo, un segno di amicizia e condivisione legato a quel momento speciale che sono i giochi. Nel corso delle varie edizioni questo qualcosa ha preso la forma delle pin nazionali. A partire da Atlanta ‘97 questa prassi ha cominciato ad avere un certo seguito, e piano piano si è diffusa e consolidata fra gli atleti finché nell'era dei social è esplosa diventando praticamente una gara a chi ne colleziona il maggior numero e varietà. Naturalmente gli appassionati e i volontari, ma anche le persone comuni, non potevano non rimanerne affascinati e coinvolti. Soprattutto nelle ultime edizioni si è verificata una sfrenata caccia generale a tutte quelle versioni ufficiali e non, in dotazione ai vari comitati olimpici nazionali o create appositamente da aziende e sponsor. Sembrerà una sciocchezza ma vi assicuro che non lo è. Questa tradizione si è talmente radicata che quest'anno l'organizzazione di Milano Cortina ha previsto un vero e proprio "pin trading center", ovvero uno spazio gratuito, aperto per tutto il periodo dell'evento, dedicato appositamente allo scambio delle spille. L'esplosione del fenomeno è anche testimoniata dal fatto che quelle ufficiali, in vendita nei vari store dislocati per la città, sono andate a ruba, e dopo pochi giorni sono diventate introvabili. Ormai sono oggetto di un collezionismo diffuso ed economicamente assai rilevante, che ha contagiato un po' tutti, atleti e non.
Inizialmente non mi sentivo molto coinvolto, pensavo fossero un ricordo bello da avere e conservare, ma non tanto da volerci investire quelle cifre folli di cui sentivo parlare. Però come volontario ho avuto la possibilità di averne gratuitamente un certo numero, in base ai giorni di presenza, e questo è stato l'inizio della fine. Sicuramente gli organizzatori avevano delle buone intenzioni, volendo dare a tutti i volontari un segno tangibile di riconoscenza per la loro attività, ma alla fine si sono rivelati dei veri diavoli tentatori, almeno nel mio caso. Subito ho ricevuto l'astuccio per collezionarle, e così ho iniziato raccogliendo quelle create esclusivamente per noi volontari. Di fatto erano cinque, ma in realtà ne esistevano due varianti da poter consegnare a tutti gli utenti estranei alla fondazione di Milano Cortina, come ad esempio militari, operatori di altre società, pubblico, fornitori di servizi...
Personalmente sarei stato contento di completare il mio piccolo raccoglitore, magari avendo a disposizione qualche pin extra da poter regalare ad amici e parenti, e nel caso anche ai colleghi. Una sicuramente l'avrei voluta donare al mio capo, che di fatto mi aveva sostenuto e incoraggiato nel portare avanti la domanda di partecipazione, e quindi poterlo così ringraziare per il supporto che mi aveva permesso di essere lì a vivere quel momento. Poi di fatto si è insinuata l'idea che i doppioni li avrei potuti scambiare, con chi come me era lì a lavorare o addirittura con gli atleti, anche se di fatto con quest'ultimi sarebbe stato difficile avere un contatto diretto. Però essendo dedicato all'accoglienza quotidianamente incrociavo centinaia di volontari, che erano un gran serbatoio di spille, e fonte di ispirazione (e invidia). Incontrarli accresceva il mio desiderio, ma restava la fatidica domanda, come fare a soddisfarlo? Il tema era particolarmente sentito in tutto il team di lavoro. Era sempre oggetto di discussione, e si parlava spesso di dove poterle trovare, dove gli sponsor, i promoter o i comitati sportivi le distribuissero. Di fatto eravamo sempre alla ricerca, e nei giorni abbiamo capito dove bisognasse andare per avere quelle gratuite: al Mediaworld per quelle della Samsung, al castello sforzesco per quelle della Coca Cola, Esselunga e Fiat, in Cordusio per quelle di Alibaba. Poi abbiamo scoperto che una società aveva creato una serie dedicata ai quartieri di Milano, e ogni giorno, in un luogo diverso comunicato rigorosamente al mattino, ne sarebbero stata messe a disposizione 250. Nonostante l'entusiasmo e l'innegabile bellezza dell'articolo quando lessi che alla prima distribuzione la gente era stata disposta a farsi quattro ore di fila decisi che non era cosa per me, avrei rinunciato (salvo poi sapere che si potevano anche acquistare, cosa che feci dopo qualche settimana). Ma inizialmente le pin a cui era più facile accedere erano quelle ufficiali dei giochi, ovvero quelle in vendita, così ci siamo spinti a creare un gruppo di acquisto per comprarle direttamente online da uno dei fornitori. In questo modo siamo riusciti per qualche tempo a sedare la nostra smania. Ma il santo graal del collezionismo però erano e rimanevano quelle nazionali, ossia quelle che non potevano essere acquistate, ma si potevano avere solo dagli atleti o dal loro staff.

"how it's going"

E' una follia, ma è giusto raccontarla, perché ormai è storia, quel che è fatto non posso cancellarlo. Ero partito collezionando le pin dei volontari, e qualcuna degli sponsor, da usare soprattutto per gli scambi. Di fatto quest'ultime le disprezzavo, perché la commercializzazione dell'evento mi dava fastidio e avere un qualcosa con un brand, una pubblicità o un logo, accanto a quello olimpico, così invasivo mi disturbava. Ma anche questa posizione si attenuerà nel corso delle settimane a alla fine non disdegnerò neanche le spille delle società partner dei giochi, come Omega, Warner Bros e Allianz. Così dopo aver completato la parte dedicata ai volontari, ho iniziato a comprare le spille ufficiali presenti negli store. Passato qualche giorno, e avendone a disposizione alcune doppie, mi sono lanciato nel "pin trading center", guidato da due regole: avrei cercato solo quelle realizzate per questa edizione dei giochi, e preferibilmente avrei optato per quelle nazionali, essendo le più rare. Qui sono riuscito ad accaparrarmi alcuni pezzi ricercati, come quella del Belgio, del Canada (ambitissima) e della Slovacchia. Poi mi sono concentrato sulla parte dedicata alle due mascotte ufficiali, Milo e Tina, in tutte le loro possibili versioni. Questa parte compone una grossa parte della mia collezione, ma una volta completata ho pensato che tutto sommato potevo abbassarmi ad avere anche quelle degli sponsor, purché carine e comunque escludendo le cinesate, come quelle di Alibaba o affini. Parallelamente ho iniziato l'acquisto di quelle dedicate ai quartieri di Milano. Per queste ho avuto un'intuizione geniale: perché non provare ad andare a China Town? Essendo di fatto prodotte da loro, lì le avrei trovate sicuramente. Mi rammarico di non averlo pensato prima perché effettivamente ne ho recuperate molte, ma non tutte, e non sempre al prezzo che auspicavo. Scambiato il scambiabile, acquistato l'acquistabile, raccolto ogni possibile omaggio, sono infine approdato a Vinted per reperire l'introvabile, le spille ufficiali delle federazioni e dei comitati olimpici nazionali. Economicamente è stato e continua ad essere un bagno di sangue, ma ormai sono un caso irrecuperabile e devo alimentare il mio desiderio di possesso. L'obiettivo era di avere tutte quelle dei paesi europei, poi ho ampliato la ricerca anche a quelle di altri continenti, fino a giungere a quelle speciali delle "case nazionali", ossia quelle create appositamente per i vari stand culturali che gli stati partecipanti ai giochi avevano allestito in diversi spazi della città. La bramosia mi ha portato anche ad acquistarne direttamente negli Stati Uniti, e in Cina, dove ho fatto l'ordine più consistente ma anche più soddisfacente. Questo potrebbe e dovrebbe essere tutto, se non ci fosse anche la parte delle paraolimpiadi, di cui naturalmente ho iniziato a recuperare le spille ufficiali, ma per le quali mi sono imposto un limite, anche perché potenzialmente la spesa potrebbe diventare a tre zeri.

"how it ended?"

Da un punto di vista collezionistico sono fiero di aver tenuto tutto l'abbigliamento ricevuto, e di averlo incrementato con accessori quali sciarpe, cappelli, berretti, zainetti, magliette, guanti, poster, tazze, borracce, campane, portachiavi, laccetti e qualsiasi altra cosa possiate immaginare sia brendizzabile con il logo olimpico. Terrò gelosamente anche l'orologio Swatch in edizione speciale e la lattina di Coca Cola con il mio nome e viso impresso, oltre che etichette e cartellini, accredito sacche e buste di ogni sorta.
Penso che da tutto questo si possa evincere che ormai sono ad uno stadio patologico, ma riempiendo tutti i tasselli, ovvero riducendo le cose che mi mancano, dovrei giungere prima o poi alla guarigione. Se non succederà confido in voi, pochi cari amici lettori, nel darmi un freno. y

cvxqp: alice rohrwacher - "la chimera"

venerdì, febbraio 27, 2026


e così alla fine la chiamata è arrivata, tanto sognata quanto inaspettata, quando ormai era quasi impensabile, a meno di due settimane dall'inaugurazione, anche se su questo punto bisogna fare un po' di chiarezza. Perché di fatto l'olimpiade è iniziata ben prima della sfilata a San Siro, e di questo me ne ero già reso conto un anno fa, quando acquistando a caso dei biglietti per una non ben precisata gara, avevo constato come questa si sarebbe svolta il cinque febbraio. Considerando che l'avvio ufficiale dei giochi era previsto per il sei, i conti non tornavano, e qualche dubbio mi era sorto. Ma sono solo dettagli, piccolezze, quisquilie, in un mare di gare, eventi, allenamenti, spostamenti e confusione (gioiosa) generalizzata. Di fatto sono stato accettato come volontario un sabato di fine gennaio, il lunedì ho ritirato la divisa e l'accredito, per poter accedere alle varie aree, e il giovedì avevo già il primo incontro, lì dove avrei svolto il mio ruolo. Devo ammettere di esser stato fortunato. Ero stato assegnato alla sede di Rho-Fiera, dove erano presenti i palazzetti per il pattinaggio di velocità e l'hockey. Come ruolo l'email riportava un non ben precisato "people manager". Ho pensato che avendo indicato che il mio lavoro consistesse nel gestire un team, forse questo mi avesse agevolato nell'assegnazione della mansione, cosa che invece si rivelerà del tutto casuale. Questa parola ricorrerà spesso in questo post, perché appunto tutto l'evento sarà caratterizzato da un poco di improvvisazione, casualità, disorganizzazione. Scrivo tutto questo con il sorriso, perché alla fine è stata un'esperienza unica e irripetibile, a cui ho partecipato con gioia e impegno, nonostante tutto. Perché in fondo l'olimpiade la si deve vedere come uno spaccato della società, e dell'Italia, nei suoi aspetti positivi e negativi. In generale ho visto molto entusiasmo e passione, ma anche il contrario. Chi metteva impegno e dedizione, e chi invece era li solo per chiacchierare o passare il tempo in maniera differente dallo stare semplicemente a casa. Ho incontrato persone molto o poco professionali, più o meno ligie alle regole. Alcuni erano pieni di pretese, mentre la maggior parte sono sempre stati flessibili e accomodanti. Ho saputo di volontari interessati solo agli aspetti più materiali, come la divisa ed i gadget, e molto meno all'evento di cui dovevano essere coprotagonisti. Ma da questo punto di vista dovrei solo ringraziarli, perché è soprattutto grazie a loro, grazie a chi ha preso l'abbigliamento e poi si è ritirato, se io ho potuto vivere questa esperienza in prima persona. Fatta questa premessa il primo giorno ho avuto subito due problemi: l'app per i volontari non funzionava e non sapevo dove andare. Il luogo era chiaro, come arrivarci pure (capolinea della rossa), ma non altrettanto dove trovare l'ingresso e il posto specifico dell’incontro. Dopo aver scampato per un pelo la multa ai tornelli della metro (per i volontari i mezzi erano gratuiti ma come detto l'app non funzionava e il mio abbonamento, che cmq avevo, non era sufficiente per arrivare fino a Rho), e dopo aver salutato la zelante addetta dell'ATM a cui stupidamente mi ero rivolto chiedendo informazioni ricevendone in cambio l'invito all’acquisto del biglietto integrativo per la "zona mancante", pena ammenda pecuniaria, mi sono avvicinato spedito alla zona fieristica. Non c'era nessuna segnaletica, nulla che indicasse un potenziale ingresso, o un punto di accesso alla zona dedicata agli eventi, così ho girato spaesato per una buona mezz'ora fino a quando non ho trovato un altro volontario. Come l'avrò mai riconosciuto? La divisa era d'obbligo e quindi impossibile sbagliarsi. Questo aspetto è stato una delle cose più piacevoli, aggreganti ed evidenti, perché ovunque si andasse, soprattutto in giro per la città, ci si riconosceva all'istante, e c'era sempre un gesto d'intesa, come ci sentissimo parte di una stessa tribù, e questo ci spingeva, riconoscendoci come parte di un progetto, ad un saluto, due parole, o semplicemente un sorriso.
L'incontro salvifico del primo giorno mi fece conoscere Dimitri, un ragazzo ucraino che vive da dieci anni a Varese. Abbiamo dovuto scarpinare ancora un bel pezzo, ma almeno lui aveva raccolto qualche informazione in più, motivo per cui mi ci sono affidato completamente. Mi raccontò che suo padre si chiamava come me, e che tutta la famiglia era stata selezionata a vario titolo per partecipare all'evento. Grazie a lui, e ad un'altra decina di persone incontrate lungo il decumano, alla fine abbiamo trovato lo spazio dove ci aspettavano i nostri referenti. Con il passare del tempo, e l'arrivo di molti alla spicciolata, mi sono reso conto che praticamente tutti avevano vissuto le mie stesse difficoltà, tanto che il nostro responsabile alla fine aveva deciso di fare una sorta di ronda per raccattare i volontari dispersi fra i padiglioni. La verità è questa, ci avevano dato appuntamento in un posto senza darci le indicazioni necessarie per arrivarci, e soprattutto senza predisporre alcuna segnaletica che ci aiutasse. Fatto il primo incontro, visti gli uffici dove avremmo lavorato, dove avremmo mangiato, gli accessi, le varie zone, il significato delle lettere e simboli sui nostri pass, e capito cosa potevamo o non fare, eravamo più o meno pronti. 


Il mio ruolo implicava l'accoglienza dei volontari: check in, buoni pasto, gestione dei turni al terminale e distribuzione dei gadget. Quotidianamente avremmo accolto dai 200 ai 400 volontari, a seconda degli eventi in programma, che si sarebbero presentati scaglionati in base alle fasce orarie previste dai vari turni. In caso di necessità saremmo potuti essere assegnati ad altri incarichi, cosa che mi capiterà, e mi permetterà di vedere anche la dimensione più mediatica e sportiva dell'evento. Il primo impatto è stato positivo, e di fatto mi sono sempre trovato a mio agio. Il mio responsabile era un francese, una persona tranquilla e disponibile. Ho condiviso l’attività con una marea di stranieri: c'era uno svizzero, un olandese, una americana, due coreane, una giapponese, due ucraini, una parigina, una cinese, una greca, un peruviano e tanti italiani. Lavorando fondamentalmente su due turni il team era di circa quaranta persone, ma non mi aspettavo tanti stranieri, ne nel mio gruppo, nei fra i volontari addetti ad altre mansioni. E' stata una sorpresa trovare tanti cinesi, americani e olandesi. Tutte persone che si erano prese due/tre settimane di ferie e a loro spese erano venute a Milano per far parte di questo momento magico. Non l'avrei mai immaginato, e vedere questo mi ha fatto pensare che tutto sommato a questo punto potrei puntare alle prossime, che si terranno a Los Angeles, e casomai provarci anche a quelle successive, che saranno in Francia. La mia routine includeva: presentarmi in orario nei turni che avevo accettato, mettermi dietro un pc e accogliere i volontari con un sorriso, auguragli una buona giornata, e supportarli in qualsiasi loro dubbio o problematica. Perché di fatto quando non sapevano a chi rivolgersi vedevano in noi il loro unico punto di riferimento. E così con i più smanettoni spesso ci siamo ingegnati nel risolvere le questioni più disparate, soprattutto legate alle applicazioni e agli accrediti. E poi ci siamo prodigati nell'accompagnare personalmente chi proprio non sapeva dove andare. Il clima era rilassato, e di frequente, soprattutto una volta iniziate le gare, ci siamo alternati per poterle andare a vedere, anche se solo per pochi minuti. Sono stato bene, alla fine ho fatto dieci giorni più uno di formazione. Praticamente per tre settimane sono stato costantemente impegnato, fra il lavoro ufficiale e quello di volontario, ma è stato un bel periodo, perché mi ha aiutato a staccare dalla routine giornaliera, mi ha impegnato in qualcosa di vivo e imprevedibile, mettendomi in contatto con tante persone delle più disparate nazionalità. Ricordo con particolare gioia l'aiuto dato ad un giornalista spagnolo, che per tutto il pomeriggio non ha mai smesso di ringraziarmi, e l'incontro con un allenatore polacco che cercava qualcuno con cui scambiare le spille, altro tormentone che ha caratterizzato tutto il periodo dell'evento. Ho visto diverse gare di hockey, ho cantato l'inno ogni volta che l'Italia vinceva (e li la Lollobrigida ha vinto due medaglie d'oro), ho bevuto caffè improponibili, ho cercato inutilmente di avere qualche pin da attaccare al mio pass, ne ho regalata una ad una incredula ragazza della mensa, che me l'aveva chiesta con poche speranze salvo poi sorprendersi nel riceverla. Ho vissuto in diretta la caduta della Vonn, impressionato dal boato di rammarico di chi a pranzo stava guardando la gara. Ho esultato alla vittoria nel biathlon della Vittozzi, consapevole che mia sorella era li sugli spalti ad Anterselva che piangeva di gioia. E poi tanti piccoli ricordi, gesti, scambi di opinioni, gentilezze, e umanità. Tanta gente, tifosi, volontari, lavoratori, ma anche tanto rispetto, educazione e sportività. Cosa ho sofferto: i turni la mattina con la sveglia puntata alle 5, e la mancanza del latte in mensa. Per il resto tutto sopportabile, anche gli strani incontri in metropolitana, l'ascella puzzolente di chi aveva deciso di non lavarsi, o la maleducazione di qualche volontario. Da questo febbraio ne sono uscito ritemprato, rinvigorito, pronto per riprendere la vita con un nuovo piglio. Ho dovuto abbandonare la mia solita sociopatia e mettermi al servizio degli altri, cosa che fra l'altro ho fatto sempre con gioia e un gran sorriso, consapevole e riconoscente per la grande opportunità che mi era stata data. Ho pensato che se fosse potuto essere il lavoro della mia vita ci avrei messo la firma, ma purtroppo era solo una breve parentesi.


Grazie a Francois e Michela, che con premura empatia e sensibilità sono stati per tre settimane i miei responsabili e supporto per ogni richiesta. Grazie ai volontari che hanno voluto condividere due parole, un ricordo, la loro storia, un sogno o un’emozione. Grazie al mio capo che mi ha sempre sostenuto e incoraggiato nel proseguire con la selezione. E grazie alla mia tenacia che mi ha fatto andare avanti, impegnarmi e crederci anche quando non c’erano più speranze. È stato un sogno, grazie a tutti di averne fatto parte! y

csxqp: goffredo mameli - "il canto degli italiani"

domenica, febbraio 22, 2026

 


ultimamente si affaccia spesso, a dirmi ci sono, non te lo dimenticare.
ogni volta che la morte mi sfiora, e lambisce tangente il placido corso della mia vita (per fortuna lambisce, per fortuna tangente, vigorosi gesti apotropaici), ogni volta sento il bisogno di mettere un punto: da oggi, anzi da adesso, si cambia, si migliora, promesso, si mettono da parte le sciocche nubi, i borbottii e i problemi da primo mondo, si dribbla con un passo di flamenco la mia mediocrità, basta con gli sprechi, e con il girare in tondo, ci si concentra solo sulla bellezza delle cose.
non lo faccio mai.
sento sempre l'irrazionale impulso di riavvolgere il nastro e avvertire e proteggere e salvare e non si può, ovvio, che pensiero cretino. vorrei saper dire la cosa giusta e saper abbracciare, non solo con le braccia, ma con l'anima tutta, se non per consolare, nemmeno quello si può, diavolo, almeno per dire soffro con te, ci sono, mi spiace, e non ci riesco mai, non ne sono capace, mi mancano parole e tatto, e cammino sulle uova in un modo che è come non camminare affatto.
vorrei sgridare e gridare in faccia agli dei beh, signori, dove cazzo eravate, lo dicevo io, che era una truffa, siamo solo atomi di carbonio, e attimi di stupore nell'immensità del caos. sono solo quegli attimi di stupore a fare la differenza, la vera salvezza, l'unica provvidenza.
vorrei evitare, ma non si può, e allora vorrei saper affrontare e saper far pace con l'idea, così ogni tanto penso e se, e subito dopo, e quando, e il sollievo del non ancora abbaglia di luce il qui e ora, ma resta sospeso soltanto un momento, poi è solo sgomento, il tempo di scacciare il pensiero con un gesto della mano, come fosse una mosca fastidiosa: correre via, scappare lontano, non ci si può fermare, c'è questo e quello da fare, la lotta quotidiana, i doveri e i piaceri: ecco, meglio, i non pensieri.
si affaccia, la stronza, e mi mette sempre in subbuglio. f

csxqp: marie zintl - "marmeladenglas"

domenica, febbraio 15, 2026

 


non c'è niente da fare, devo proprio ammetterlo, sono un grande fan di youtube. qualche tempo fa, chiacchierando con un collega che ha la stessa passione ci siamo chiesti se youtube potesse essere ascritto o meno alla tanto vituperata categoria dei social network, o per dirla in altro modo, se potesse essere qualcosa che alla lunga reca più danni che benefici al nostro già bistrattato cervello. lui sosteneva di si: dietro le quinte c'è sempre un algoritmo che ti propone cose che tu non hai chiesto di vedere, ma che ti interessano, e che tu spesso finisci per cliccare, e vedere, e perderci un sacco di tempo che non avevi scelto di perdere. io sostenevo di no, i video di youtube sono molto più lunghi, argomentavo, e impediscono quello scrolling compulsivo che è a conti fatti ciò che davvero finisce per brasarti le sinapsi e la soglia dell'attenzione in una perversa spirale di vuote e illusorie gratificazioni istantanee. la verità, come sempre, sta nel mezzo, e nell'uso che si fa di qualunque strumento: è sempre la dose a fare il veleno. perfino instagram, in piccole quantità, e a saperli cercare, è zeppo di contenuti interessanti e meritevoli: il suo male sta solo nel modo in cui finiamo per lasciarci invischiare una volta che un video interessante è finito, e nelle sabbie mobili in cui l'aspettativa su quello successivo, senza che ce ne accorgiamo, ci trascina.
con youtube, questo, per fortuna, a me non succede. riesco ad utilizzarlo in modo molto più consapevole, e a godermi video dannatamente ben fatti su tutto quello che mi piace, gli scacchi, il basket, il cubo di rubik, il baseball, la magia, il ping pong: ci sono tutorial, analisi, highlights e commenti a volontà su tutta la galassia delle mie passioni. ci ho trovato un sacco di cortometraggi davvero belli e originali che altrimenti non avrei mai intercettato, e poi mi piace che ci sia praticamente tutta la musica possibile e immaginabile, (molta più che altrove, a ben vedere), così quando sono indeciso se comprare o meno un cd (si lo so, lo so sempre..) passo ad assaggiarlo su youtube per controllare se può piacermi, do un morso ad una canzone, una leccata all'altra, e se il sapore è buono, ed è di mio gusto, decido di approfondire. la colonna dei suggerimenti, in questi casi, è fantastica, e ha tutta la mia gratitudine, perché solo grazie a quella ho scoperto artisti e gruppi straordinari che altrimenti sarebbero per me rimasti nell'ombra.
che poi in realtà, su youtube c'è molto di più di questo, ci sono approfondimenti competenti e profondi, e documenti d'epoca letteralmente su tutto lo scibile umano. una vera manna, insieme a wikipedia, per noi curiosi, che ci lasciamo affascinare da tante cose diverse, che abbiamo sempre l'impulso di capire come funzionino e quale sia la loro storia (mi rendo conto che detta così sembra una bella qualità, ma non ne sono tanto sicuro. mi sa che è solo l'incostanza del merlo a cui piace continuamente saltare di palo in frasca, indeciso su dove restare, pura dispersione di energie. certo, a furia di questi salti mi ritrovo ad avere un po' di conoscenze in moltissimi campi diversi ma alla fine, in concreto, è come non se non sapessi niente per davvero. sono convinto che sia meglio sapere tante cose su poche cose, che poche cose su tante cose, e finisco per invidiarli sempre, quelli che sono esperti di pochi argomenti).
vabbè, l'ho presa larga stavolta, l'introduzione mi è uscita un po' lunga, quello che volevo davvero raccontare in questo post è il fatto che la cosa che forse mi piace di più vedere su youtube, so che non ci crederete, sono i documentari scientifici. ho scoperto un canale che si chiama veritasium, che realizza dei video molto belli (e molto lunghi, e molto approfonditi) su svariati argomenti, astrofisica, ingegneria, chimica, matematica pura, ancorandoli alla realtà di un contesto storico, di un'invenzione che ha cambiato le nostre vite, di un problema pratico (o puramente teorico, ma con potenziali risvolti pratici) da risolvere. detto così, mi sa, non rende, è difficile da spiegare, però se vi ho instillato un pizzico di curiosità e ne avete voglia andate a vedervene uno.
la cosa divertente è che in buona parte di questi video, per larghi tratti, non ci capisco quasi niente. la mia preparazione scientifica in realtà rasenta il ridicolo, e questi video non sono esattamente divulgativi alla maniera di piero angela: ci sono concetti maledettamente complessi che necessitano spiegazioni maledettamente complesse attraverso formule maledettamente complesse, piene di derivate e integrali ed equazioni zeppe di oscure lettere greche. lo sforzo di astrazione richiesto è spesso notevole, troppo per il mio angusto cervello le mie conoscenze limitate, e non posso fare altro che arrendermi difronte a questo linguaggio per iniziati. ma alla fine davvero non importa, perché la complessità di certi argomenti è sapientemente bilanciata da una magistrale abilità nella narrazione (è affascinante come la narrazione sia uno strumento estremamente potente, e la capacità di raccontare è davvero l'unica cosa che serve se si vuole far arrivare un messaggio, qualunque esso sia): così ciò che mi avvince è la storia che c'è dietro a una scoperta, a come si è arrivati a identificare un problema e alle soluzioni per superarlo, alle geniali intuizioni che rendono possibile ogni piccolo passo in avanti del progresso. io che a volte mi sorprendo, rammaricandomene, ad essere così refrattario alle novità resto a bocca aperta davanti alla meraviglia di queste scoperte, di queste idee, di queste intuizioni, di questi esperimenti, di queste formule, perché spesso incredibili, geniali e meravigliose, sono le storie che ci stanno dietro.
tuttavia c'è, credo, anche dell'altro: a rifletterci bene quello che davvero mi affascina di questi video, e che mi fa stare incollato per tre quarti d'ora in compagnia di cose che non coglierò mai a fondo, è un altro tipo di meraviglia.
ovvero poter osservare come la scienza non si fermi, come il progresso vada avanti, sempre, anche in tempi bui come quelli che stiamo vivendo, nonostante le guerre, gli equilibri sempre più precari e le incertezze geopolitiche. osservare come affronti i cambi di paradigma che ne scuotono le fondamenta, e come si costringa a ragionare su direzioni prima impensate, mettendo tutto in discussione, anche quando è di moda ostentare la granitica ottusità delle proprie certezze. osservare come il progresso sia una conquista collettiva, in barba a quest'idea che sta prendendo sempre più piede, che la legge del più forte basata sulla tronfia sopraffazione del prossimo sia l'unica che paga. ecco, osservare tutto questo, mi restituisce un pizzico di fiducia nel genere umano: siamo così piccoli presi singolarmente, e così grandi quando collaboriamo con un obiettivo comune. ne ho davvero bisogno, di questa fiducia, ultimamente a leggere i giornali mi prende ormai sempre lo sconforto, mi cadono palle e braccia, e mi chiedo sempre dove saremmo se ci rendessimo conto che l'umanità non ha bandiere né confini, e quanto siamo stupidi e anacronistici a spendere soldi per fabbricare armi.
siamo bestie, e parassiti, non si discute. però siamo anche capaci di grandi cose, e troppo spesso ce ne dimentichiamo. f

csxqp: will varley - "weddings and wars"

domenica, gennaio 25, 2026

 


il mio barbiere di fiducia è un vero personaggio. quella del barbiere è in realtà la sua seconda carriera, lui nasce infatti come musicista, e nei ruggenti primi anni sessanta, ottenuto un ingaggio, è partito più o meno ventenne insieme alla sua big band (strumenti a fiato e spensierata esuberanza, e già alle spalle un discreto successo nella provincia di ferrara) per riempire di ritmo ed allegria italiana la movimentata vita notturna di amburgo. un sassofono, un clarinetto, una chitarra sono appesi alle pareti del suo negozio, a testimonianza di quel glorioso passato e di una passione per la musica che lo ha accompagnato fino ad oggi. in un angolo ci sono ancora un mixer e un microfono per quando ha voglia di improvvisare una jam session con la sua compagna (come dice lui, la sua ragazza: è molto più giovane, ed è una cantante). riempiono la parete sopra lo specchio, difronte alla sedia dove taglia i capelli, tantissime foto in bianco e nero di quel periodo: palchi, microfoni, musicisti e insegne di locali.
ha incontrato i beatles, che non ancora famosi hanno mosso i loro primi passi proprio da amburgo, e li ha conosciuti bene perché condividevano le stesse notti di follia e gli stessi palcoscenici. in un angolo del locale ha attaccato alcune foto di famiglia, e accanto a quelle del fratello e della sorella ci sono quelle di john, paul, george e ringo, sorridenti e con i capelli a caschetto. mi fa sempre ridere quando nei suoi racconti mi dice che è contento che quei quattro ragazzetti siano poi riusciti a ingranare anche loro, chi l'avrebbe mai detto.
mi piace molto ascoltarli, i suoi racconti, basta dargli un'imbeccata e lui non si tira certo indietro, e penso sempre che vorrei arrivare anch'io a ottant'anni così, con quell'energia schietta, divertita, e gioviale. l'altro giorno, durante la mia consueta tosata quadrimestrale, la forbice in mano, gli occhi allegri e brillanti persi nel ricordo, un piccolo sospiro davanti alle vecchie foto, ha detto beh, quei giorni lì non me li toglie davvero nessuno.
è una frase che in qualche modo mi ha fatto molta tenerezza, mi ha colpito e mi è sembrata magnifica, e insomma mi è piaciuta molto: non ci avevo mai pensato in questi termini, non con questa limpida e semplice lucidità almeno, e forse è una cosa che acquisterà un senso profondo quando sarò più vecchio (e il fatto che la apprezzi ora significa in effetti che sto inv.. vabbé lasciamo perdere) ma mi conforta e mi affascina questa idea che le cose fatte, le esperienze vissute, le sensazioni provate, le persone incontrate, le risate e gli abbracci, tutto ciò che insomma ha a che fare con quando siamo stati, e ci siamo sentiti, dei grandissimi, siano nostre per sempre. non i soldi, non gli oggetti, non il giudizio degli altri, ma i momenti, le situazioni e le interazioni, frammenti impalpabili conservati nella filigrana del ricordo ma allo stesso tempo potenti, che, non c'è santo, sono tuoi e di nessun altro e che alla resa dei conti saranno l'unica ricchezza che ha senso avere.
mi sono chiesto: ho anch'io quei giorni lì, che nessuno mi può togliere? si, ovvio, come tutti. però non voglio certo smettere di continuare a cercarli, inseguirli, collezionarli: chi ha detto che si può farlo solo da giovani? fra tante collezioni stupide che faccio questa è di sicuro l'unica importante! f

(so che vi aspettavate una canzone dei beatles e invece…)
csxqp: bruce springsteen - "glory days"