tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

lunedì, giugno 22, 2026

 


e così alla fine mi sono deciso, dopo innumerevoli ed esagerati tentennamenti(sono sempre maledettamente refrattario e recalcitrante al cambiamento, qualunque esso sia, ultimamente me l'hanno fatto notare in tanti ed è effettivamente così, lo ammetto, inutile negarlo, prendere coscienza del problema è già l'inizio di una soluzione, è un lato del mio carattere che non mi piace e mi sto sforzando di, appunto, cambiare, per ora senza troppo successo, perché va considerato che lo appesantiscono due enormi aggravanti, la prima è che faccio una fatica immensa a liberarmi di qualunque cosa che a suo modo funzioni ancora, anche se lo fa male o comunque in modo non adeguato alle circostanze, circostanze che invece, come giusto che sia, sono in perenne evoluzione, la seconda è che tendo ad affezionarmi alle cose, e a caricarle di significati, ricordi e sensazioni, come se tenermici avvinghiato fosse un modo, e siamo sempre lì, per scappare da queste mutevoli, instabili e imprevedibili circostanze, e mettere un freno al cambiamento, quando invece sarebbe molto più sano abbracciarlo e trarre da esso ogni possibile slancio vitale, madonna che sbrodolata, vabbé insomma stavo dicendo, prima di questa infinita parentesi, che mi sono infine deciso), e ho comprato una nuova bici.
ho optato per una gravel bike, manubrio da corsa e ruote da sterrato. ultimamente ne ho viste parecchie in giro e mi sono lasciato affascinare dalla sua forma seducente e dalla sua versatilità, una promessa di velocità e avventura insieme, che mi ha intrigato e mi ha fatto venire voglia di provarla. il mio modello ha un nome da cattivo dei fumetti (il temibile "gravelator"), che mi fa sempre ridere. di sicuro è un tipo di bici molto diverso da quella che avevo prima, non solo esteticamente: mi sono dovuto adattare ad una nuova posizione in sella e ad un nuovo modo di cambiare le marce, e all'inizio forse è stato un po' spiazzante, ma mi ci è voluto davvero poco per abituarmi. però mi piaceva l'idea di un'esperienza così diversa: quando si cambia, ho pensato, tanto vale farlo come si deve.
un ruolo di primo piano nella mia decisione, non solo di provare una gravel, ma proprio di cambiare la bici, è stato ricoperto dal mio fratello turco m, che dopo avermi visto arrancare nel corso di un paio di scampagnate che abbiamo fatto insieme ha preso decisamente a cuore la mia situazione. più che una strenua opera di convincimento mi ha colpito il suo non riuscire proprio a capacitarsi di come io potessi faticare inutilmente su un simile ferrovecchio, instabile e inefficiente, sprecando energie e perdendomi così gran parte del piacere della pedalata. non è stato l'unico a farmi notare la contraddizione fra il lavorare in un negozio di bici (e avere a disposizione un sostanzioso sconto dipendenti) e non avere una bici degna di questo nome, ma è stato quello che più di tutti si è offerto di aiutarmi, cercando in tutti i modi possibili di facilitarmi la decisione. gliene sono davvero grato, il suo contributo è stato determinante per scalfire la mia ottusa testardaggine.
che dire, sono contento di avergli dato retta: con la nuova bici mi ci trovo bene, e mi diverto a guidarla. è meravigliosamente leggera, avere un numero così alto di marce mi permette di non dovermi preoccupare del quotidiano combattimento con le strade della mia città, le colline, i saliscendi, le maledette salite a tradimento, e laddove prima arrancavo sull'asfalto (e scendevo regolarmente dalla bici) ora viaggio con la sciolta disinvoltura di una maglia a pois sull'alpe d'huez. e poi è incredibilmente silenziosa, ed è un enorme sollievo non sentire in sottofondo quel perenne rumore di ferraglia che accompagnava ogni mia pedalata, quello che sul pavé diventava simile al rumore di un tram milanese in curva, il metallo che sbatte, stride, ticchetta e scatarra e tossisce, e ti fa pregare gli dei delle due ruote che resti tutto saldato assieme, senza sfaldarsi, fino alla fine del viaggio.
devo ammetterlo, il mio povero vecchio catorcio effettivamente non ce la faceva più, annaspava sull'asfalto, ed io con lui, e dopo ventotto anni di onorato servizio è giunta l'ora di separarci. non è ancora ora della pensione però, lo donerò ad una associazione che rimette a posto le vecchie biciclette per mandarle nell'ucraina flagellata dalla guerra (si lo so, con tutti i problemi che hanno, pure la mia bici scassata? astenetevi dalle facili battute).
caro ammasso di ferraglia ti porterò nel cuore, grazie per ogni chilometro, per avermi ispirato un cortometraggio, per essere sempre riuscito a calmare il mio animo in subbuglio, per avermi portato sempre sano e salvo a destinazione, e per non avermi piantato in asso quella volta che abbiamo fatto la follia e ce ne siamo andati sotto il sole bollente fino in lussemburgo.
c'è un capitolo che si chiude, e una pagina nuova, tutta bianca, da riempire. f

csxqp: chip taylor - "broken down bicycles"

domenica, maggio 17, 2026

 


cose trovate per terra #6

- ciao, come stai? sono due giorni che non rispondi al telefono, mi stavo preoccupando. tua madre era un po' strana ma mi ha lasciato entr.. ehi ma che puzza qui dentro, da quanto tempo non cambi l'aria? (apre la finestra) ora va meglio. 'scolta, ti ho anche scritto, ma dove cazzo eri finito? sei sempre stato qui? ti sei perso la partita. e poi volevo raccontarti che alla fine ci ho provato con diana, ho fatto come mi hai detto tu, le ho scritto un bigl.. scusa ma mi ascolti?
- …
- ma che diavolo stai facendo?
- …
- oh (lo prende per una spalla e lo scuote). jimmy, cazzo, mi senti? cos'è quell'affare?
-…
- jimmy? jimmy? oh! (lo scuote ancora, più forte)
- no! cazzo, di nuovo! uffa! scusa pablo. (lo guarda in faccia per la prima volta) ciao.
- ciao anche a te jimmy. ma va tutto bene? c'hai una faccia… mi spieghi cos'è quello?
- è un labirinto.
- un labirinto?
- si, un labirinto, è un gioco, me l'ha regalato mio zio, mi sa che è una roba dei suoi tempi. c'è una biglia, la inserisci qui nel punto uno, e muovendo queste manopole fai oscillare il piano e devi farla arrivare in quell'angolo là, dopo il punto 20. se però cade nei buchi, beh, hai perso.
- tutto qui?
- tutto qui un par di palle pablo, la biglia cade sempre nei buchi. è difficilissimo, anzi, direi che è impossibile. sono quattro giorni che ci sto provando. non mangio nemmeno più, mia mamma ha già chiamato uno psichiatra. questo cazzo di gioco mi sta ossessionando, sono arrivato una volta al punto sette, vedi, questo qua, ma per lo più non riesco ad andare oltre al cinque. è frustrante, maledettamente frustrante, credimi. sono arrivato al punto che me lo sogno di notte, non riesco a staccarmene. ma devo farcela, insomma, lo sai come sono fatto, mi secca da morire lasciare qualcosa in sospeso.
- ma non puoi passare il tempo su instagram, come tutti? sei sempre stato un po' strano tu.
- su instagram ci sono andato, ma per cercare dei tutorial. non ce ne sono, figurati, nemmeno su youtube, non lo conosce nessuno questo dannato aggeggio. sono disperato, pablo.
- posso provare?
- si certo che puoi provare, però non ti deprimere, promettimelo, se non riesci a superare il punto tre. il punto tre è difficilissimo, ci ho messo due giorni solo per capire come passare oltre. anzi, ci ho ripensato, forse è meglio che non ci provi, non voglio che entri nel tunnel.
- ma quale tunnel, dai, che sciocchezze… le manopole sono queste?
- si questa muove il piano avanti e indietro, e questa a destra e sinistra. sei sicuro di volerlo fare? ti ci vorranno ore solo per capire come coordinare i movimenti.
- mah, secondo me ci vuole solo un po' di pratica. la biglia va inserita qui?
- si esatto, se le dai un piccolo effetto a sinistra invece di lasciarla semplicemente andare sei avvantaggiato per passare indenne il punto due. - ok, chiaro. allora vado?
- sei sicuro?
- sicurissimo!
- (sospira) e allora vai.
- …
- …
- si non è facile da controllare, in effetti… sono un po' dure queste manopole… ma un po' di sensibilità di polso… ecco… ecco si, quel punto è difficile… però dai oh, non sto andando male… che dici?… ora se giro piano… così… qui devo stare attento, vero?… dai, dai… ecco, ci sono quasi… e vai! ce l'ho fatta! ho superato il venti! la biglia è nell'angolo! (ride). bello 'sto gioco, mi è piaciuto! (ride ancora) ho vinto qualcosa?
- …
- …
- …
- perché mi guardi così jimmy? ehi, tutto bene? aspetta, aspetta oh, che fai?
- …
- ma sei scemo? cazzo, cazzo (corre alla finestra, guarda giù, poi guarda jimmy, poi giù di nuovo, incredulo). cazzo jimmy, sei impazzito?
- …
- …
- beh, ho una buona e una cattiva notizia. la prima è che non è finito in testa a nessuno, potevi ammazzare un cristiano, da quest'altezza.
- scusa, pablo.
- la seconda è che l'impatto con il suolo è stato letale, il labirinto si è scassato in mille pezzi, mi spiace, mi sa che non lo riaggiusti più.
- due buone notizie allora. che dicevi di diana?
f

csxqp: cory branan - "the corner"

venerdì, aprile 24, 2026

 


bentornati a Tabacchi FC! Tabacchi FC, ovvero Tabacchi Football Club, ovvero Tabacchi Falsi Cinquantenni (e sottolineo falsi, un po' perché, anche se ormai manca poco, non abbiamo ancora raggiunto questa maledetta soglia anagrafica, e un po', anzi soprattutto, perché lo spirito che contraddistingue i nostri sbrodolamenti letterari non mi sembra poi molto lontano da quello degli esordi, e un po' FanCazzisti, a ben vedere, lo siamo rimasti), ovvero un blog creato molto tempo addietro da quelli che si ritrovavano la sera a giocare a calcetto nel mitico parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a milano (chissà se è sopravvissuto al cemento, dopo tutto questo tempo, quello spicchio di verde). Ovvero un contenitore in cui per ben due decenni abbiamo messo tutto quello che ci è passato per la testa, noi e quei temerari che hanno avuto la disavventura di capitare da queste parti (per fortuna non sono stati in tanti!). onore al merito a chi ha dato l'avvio a questo contenitore di pensieri e cazzate assortite: jj che in quel lontano duemilasei ha avuto l'dea e la perseveranza di aprire questo spazio (non importa se poi la perseveranza è durata poco, la speranza di riabbracciarlo qui con un suo post è rimasta immutata e incrollabile), y che ha avuto il colpo di genio del nome definitivo (e meno male che ha prevalso lui in quelle sofferte discussioni, tobacco park sarebbe stato un nome davvero orrendo!), e io, ovvero f, che mi sono preso il compito di scrivere queste brevi righe commemorative, a distanza di vent'anni dalle prime (in realtà qualche giorno in ritardo, come da perfetta tradizione). beh, bando alle ciance e ai convenevoli, dichiaro con solennità che questo blog è ufficialmente ancora qui, in tutto il suo splendore, e qui ha intenzione di rimanere, per almeno altri vent'anni…

vent'anni mi sembra un'enormità, impressionante e meravigliosa, e mi servirà ancora qualche tempo per darle davvero un senso. tanti auguri a chiunque sia capitato dentro queste nostre righe, a chiunque le abbia lette, a chiunque sia passato di qui, anche solo per caso, e a chiunque ci abbia sostenuto. è stato un immenso piacere scriverle, e viverle con voi, queste righe. grazie, davvero, di cuore. f

csxqp: frank turner - "the ballad of me and my friends"

lunedì, marzo 30, 2026

 


del resto si sa, siamo gente di tendenza che frequenta il jet set ed è sempre alla ricerca dell’ultima novità instagrammabile. ridiamo e scherziamo spesso, io e v, sulla nostra vita così piena di eventi mondani, appuntamenti esclusivi, e posti dall'impareggiabile fascino modaiolo: lo scambio di piante e vestiti, il bazar della biblioteca in cui vendono i libri al centimetro, i mille negozi di questa città che combinano usato e beneficenza, il mercatino delle pulci in piazza e quello nei cortili, la sagra del convento con quei waffel strepitosi che solo le suore sanno preparare.
il nostro posto preferito, punto di riferimento inamovibile della nostra vita glamour, è il ristorante dell'ospedale psichiatrico vicino a casa nostra. è spartano ma accogliente, e ci lavorano persone che hanno e hanno avuto grosse problematiche alle spalle, depressione, burnout, dipendenze. il loro impiego come cuochi o camerieri è parte decisiva del loro percorso e della loro terapia, perché fornisce loro un'occasione preziosa per reinserirsi in modo protetto nel mondo del lavoro e nel contatto con le altre persone (da qui il nome del locale). non bisogna lasciarsi ingannare però, il posto è davvero molto allegro, ed essendo noi clienti fissi, quasi di casa ormai, veniamo sempre accolti con grandi sorrisi e grandi, letteralmente, abbracci. molte delle persone che ci lavorano le conosciamo per nome, e non è infrequente che a fine turno qualcuno di loro si sieda al nostro tavolo per scambiare due chiacchiere. v, che in queste cose è formidabile, è già riuscita a stringere molte amicizie, non solo con il personale ma anche con gli altri clienti fissi (alcuni fra l'altro, sono decisamente pittoreschi: ci sono, fra gli altri, un sosia sputato di einstein, un tipo che non alza mai gli occhi dal suo libro, un uomo vestito sempre da donna con delle borsette fantastiche, una signora che ci riempie sempre di improbabili consigli per spingerci al matrimonio). mi capita spesso di osservarle, e mi chiedo sempre che storie abbiano, tutte le persone che vedo e che incontro lì dentro, quali percorsi abbiano compiuto, quali incredibili traiettorie le abbiano portate fin lì, ognuno a suo modo un personaggio, ogni vita così diversa e così straordinariamente unica.
non è decisamente un posto per tutti però: è sicuramente molto caotico, capita che le ordinazioni arrivino sbagliate o tutte insieme, spesso bisogna condividere il proprio tavolo con perfetti sconosciuti (ma è così, del resto, che si conoscono persone nuove), gli orari in cui la cucina è aperta sono estremamente ridotti, l'alcol è comprensibilmente bandito dal menu, che comunque non è molto vario: a parte poche cose fisse si può scegliere solo fra un piatto del giorno e una sua variante vegetariana (in compenso c'è una gran varietà di torte, tutte strepitose). e poi ha un difetto enorme: è aperto solo durante la settimana, e solo a pranzo, così per me è sempre purtroppo molto difficile riuscire ad andarci. ma quando sono a casa dal lavoro è davvero raro che pranziamo altrove.
è un posto che mi piace davvero molto, e non solo perché si mangia molto bene. si respira un'atmosfera di solidarietà e inclusione che fa bene all'anima, e il locale, a dispetto delle circostanze che stanno dietro la sua esistenza, trasmette come pochi altri un piacevole senso di pace e tranquillità.
mi ricorda una cosa che a volte dimentico, cioè che molte persone, anche quelle più insospettabili, si portano dietro cicatrici profonde, e sono impegnate in una dura lotta quotidiana di cui spesso, dall'esterno, non vediamo nulla. qualche battaglia si vince, qualcuna si perde, ma non si smette mai di combattere, e a tutti dev'essere concesso di ripartire e ricominciare, quando si tocca il fondo. ecco, mi ricorda questo, che la gentilezza e l'empatia sono le migliori armi che abbiamo per fare del bene al mondo.
la prossima volta che verrete a trovarci sappiate che vi ci porteremo! f

csxqp: john k. samson - "virtute at rest"

domenica, marzo 29, 2026

"how it started"

Marzo lo potremmo etichettare come il mese delle spille. Questo è uno degli effetti collaterali della mia partecipazione alle olimpiadi, perché la frenesia nascerà li, in quel contesto, e mi accompagnerà non solo in quel periodo limitato di tempo, ma tutt'oggi, ovvero finché l'opera non sarà completata.
Ma andiamo per ordine e contestualizziamo. Nel corso degli anni fra gli atleti è cresciuta l'usanza di scambiarsi un qualcosa che potesse essere testimonianza fisica dell'esperienza vissuta, e rappresentare un ricordo, un segno di amicizia e condivisione legato a quel momento speciale che sono i giochi. Nel corso delle varie edizioni questo qualcosa ha preso la forma delle pin nazionali. A partire da Atlanta ‘97 questa prassi ha cominciato ad avere un certo seguito, e piano piano si è diffusa e consolidata fra gli atleti finché nell'era dei social è esplosa diventando praticamente una gara a chi ne colleziona il maggior numero e varietà. Naturalmente gli appassionati e i volontari, ma anche le persone comuni, non potevano non rimanerne affascinati e coinvolti. Soprattutto nelle ultime edizioni si è verificata una sfrenata caccia generale a tutte quelle versioni ufficiali e non, in dotazione ai vari comitati olimpici nazionali o create appositamente da aziende e sponsor. Sembrerà una sciocchezza ma vi assicuro che non lo è. Questa tradizione si è talmente radicata che quest'anno l'organizzazione di Milano Cortina ha previsto un vero e proprio "pin trading center", ovvero uno spazio gratuito, aperto per tutto il periodo dell'evento, dedicato appositamente allo scambio delle spille. L'esplosione del fenomeno è anche testimoniata dal fatto che quelle ufficiali, in vendita nei vari store dislocati per la città, sono andate a ruba, e dopo pochi giorni sono diventate introvabili. Ormai sono oggetto di un collezionismo diffuso ed economicamente assai rilevante, che ha contagiato un po' tutti, atleti e non.
Inizialmente non mi sentivo molto coinvolto, pensavo fossero un ricordo bello da avere e conservare, ma non tanto da volerci investire quelle cifre folli di cui sentivo parlare. Però come volontario ho avuto la possibilità di averne gratuitamente un certo numero, in base ai giorni di presenza, e questo è stato l'inizio della fine. Sicuramente gli organizzatori avevano delle buone intenzioni, volendo dare a tutti i volontari un segno tangibile di riconoscenza per la loro attività, ma alla fine si sono rivelati dei veri diavoli tentatori, almeno nel mio caso. Subito ho ricevuto l'astuccio per collezionarle, e così ho iniziato raccogliendo quelle create esclusivamente per noi volontari. Di fatto erano cinque, ma in realtà ne esistevano due varianti da poter consegnare a tutti gli utenti estranei alla fondazione di Milano Cortina, come ad esempio militari, operatori di altre società, pubblico, fornitori di servizi...
Personalmente sarei stato contento di completare il mio piccolo raccoglitore, magari avendo a disposizione qualche pin extra da poter regalare ad amici e parenti, e nel caso anche ai colleghi. Una sicuramente l'avrei voluta donare al mio capo, che di fatto mi aveva sostenuto e incoraggiato nel portare avanti la domanda di partecipazione, e quindi poterlo così ringraziare per il supporto che mi aveva permesso di essere lì a vivere quel momento. Poi di fatto si è insinuata l'idea che i doppioni li avrei potuti scambiare, con chi come me era lì a lavorare o addirittura con gli atleti, anche se di fatto con quest'ultimi sarebbe stato difficile avere un contatto diretto. Però essendo dedicato all'accoglienza quotidianamente incrociavo centinaia di volontari, che erano un gran serbatoio di spille, e fonte di ispirazione (e invidia). Incontrarli accresceva il mio desiderio, ma restava la fatidica domanda, come fare a soddisfarlo? Il tema era particolarmente sentito in tutto il team di lavoro. Era sempre oggetto di discussione, e si parlava spesso di dove poterle trovare, dove gli sponsor, i promoter o i comitati sportivi le distribuissero. Di fatto eravamo sempre alla ricerca, e nei giorni abbiamo capito dove bisognasse andare per avere quelle gratuite: al Mediaworld per quelle della Samsung, al castello sforzesco per quelle della Coca Cola, Esselunga e Fiat, in Cordusio per quelle di Alibaba. Poi abbiamo scoperto che una società aveva creato una serie dedicata ai quartieri di Milano, e ogni giorno, in un luogo diverso comunicato rigorosamente al mattino, ne sarebbero stata messe a disposizione 250. Nonostante l'entusiasmo e l'innegabile bellezza dell'articolo quando lessi che alla prima distribuzione la gente era stata disposta a farsi quattro ore di fila decisi che non era cosa per me, avrei rinunciato (salvo poi sapere che si potevano anche acquistare, cosa che feci dopo qualche settimana). Ma inizialmente le pin a cui era più facile accedere erano quelle ufficiali dei giochi, ovvero quelle in vendita, così ci siamo spinti a creare un gruppo di acquisto per comprarle direttamente online da uno dei fornitori. In questo modo siamo riusciti per qualche tempo a sedare la nostra smania. Ma il santo graal del collezionismo però erano e rimanevano quelle nazionali, ossia quelle che non potevano essere acquistate, ma si potevano avere solo dagli atleti o dal loro staff.

"how it's going"

E' una follia, ma è giusto raccontarla, perché ormai è storia, quel che è fatto non posso cancellarlo. Ero partito collezionando le pin dei volontari, e qualcuna degli sponsor, da usare soprattutto per gli scambi. Di fatto quest'ultime le disprezzavo, perché la commercializzazione dell'evento mi dava fastidio e avere un qualcosa con un brand, una pubblicità o un logo, accanto a quello olimpico, così invasivo mi disturbava. Ma anche questa posizione si attenuerà nel corso delle settimane a alla fine non disdegnerò neanche le spille delle società partner dei giochi, come Omega, Warner Bros e Allianz. Così dopo aver completato la parte dedicata ai volontari, ho iniziato a comprare le spille ufficiali presenti negli store. Passato qualche giorno, e avendone a disposizione alcune doppie, mi sono lanciato nel "pin trading center", guidato da due regole: avrei cercato solo quelle realizzate per questa edizione dei giochi, e preferibilmente avrei optato per quelle nazionali, essendo le più rare. Qui sono riuscito ad accaparrarmi alcuni pezzi ricercati, come quella del Belgio, del Canada (ambitissima) e della Slovacchia. Poi mi sono concentrato sulla parte dedicata alle due mascotte ufficiali, Milo e Tina, in tutte le loro possibili versioni. Questa parte compone una grossa parte della mia collezione, ma una volta completata ho pensato che tutto sommato potevo abbassarmi ad avere anche quelle degli sponsor, purché carine e comunque escludendo le cinesate, come quelle di Alibaba o affini. Parallelamente ho iniziato l'acquisto di quelle dedicate ai quartieri di Milano. Per queste ho avuto un'intuizione geniale: perché non provare ad andare a China Town? Essendo di fatto prodotte da loro, lì le avrei trovate sicuramente. Mi rammarico di non averlo pensato prima perché effettivamente ne ho recuperate molte, ma non tutte, e non sempre al prezzo che auspicavo. Scambiato il scambiabile, acquistato l'acquistabile, raccolto ogni possibile omaggio, sono infine approdato a Vinted per reperire l'introvabile, le spille ufficiali delle federazioni e dei comitati olimpici nazionali. Economicamente è stato e continua ad essere un bagno di sangue, ma ormai sono un caso irrecuperabile e devo alimentare il mio desiderio di possesso. L'obiettivo era di avere tutte quelle dei paesi europei, poi ho ampliato la ricerca anche a quelle di altri continenti, fino a giungere a quelle speciali delle "case nazionali", ossia quelle create appositamente per i vari stand culturali che gli stati partecipanti ai giochi avevano allestito in diversi spazi della città. La bramosia mi ha portato anche ad acquistarne direttamente negli Stati Uniti, e in Cina, dove ho fatto l'ordine più consistente ma anche più soddisfacente. Questo potrebbe e dovrebbe essere tutto, se non ci fosse anche la parte delle paraolimpiadi, di cui naturalmente ho iniziato a recuperare le spille ufficiali, ma per le quali mi sono imposto un limite, anche perché potenzialmente la spesa potrebbe diventare a tre zeri.

"how it ended?"

Da un punto di vista collezionistico sono fiero di aver tenuto tutto l'abbigliamento ricevuto, e di averlo incrementato con accessori quali sciarpe, cappelli, berretti, zainetti, magliette, guanti, poster, tazze, borracce, campane, portachiavi, laccetti e qualsiasi altra cosa possiate immaginare sia brendizzabile con il logo olimpico. Terrò gelosamente anche l'orologio Swatch in edizione speciale e la lattina di Coca Cola con il mio nome e viso impresso, oltre che etichette e cartellini, accredito sacche e buste di ogni sorta.
Penso che da tutto questo si possa evincere che ormai sono ad uno stadio patologico, ma riempiendo tutti i tasselli, ovvero riducendo le cose che mi mancano, dovrei giungere prima o poi alla guarigione. Se non succederà confido in voi, pochi cari amici lettori, nel darmi un freno. y

cvxqp: alice rohrwacher - "la chimera"

venerdì, febbraio 27, 2026


e così alla fine la chiamata è arrivata, tanto sognata quanto inaspettata, quando ormai era quasi impensabile, a meno di due settimane dall'inaugurazione, anche se su questo punto bisogna fare un po' di chiarezza. Perché di fatto l'olimpiade è iniziata ben prima della sfilata a San Siro, e di questo me ne ero già reso conto un anno fa, quando acquistando a caso dei biglietti per una non ben precisata gara, avevo constato come questa si sarebbe svolta il cinque febbraio. Considerando che l'avvio ufficiale dei giochi era previsto per il sei, i conti non tornavano, e qualche dubbio mi era sorto. Ma sono solo dettagli, piccolezze, quisquilie, in un mare di gare, eventi, allenamenti, spostamenti e confusione (gioiosa) generalizzata. Di fatto sono stato accettato come volontario un sabato di fine gennaio, il lunedì ho ritirato la divisa e l'accredito, per poter accedere alle varie aree, e il giovedì avevo già il primo incontro, lì dove avrei svolto il mio ruolo. Devo ammettere di esser stato fortunato. Ero stato assegnato alla sede di Rho-Fiera, dove erano presenti i palazzetti per il pattinaggio di velocità e l'hockey. Come ruolo l'email riportava un non ben precisato "people manager". Ho pensato che avendo indicato che il mio lavoro consistesse nel gestire un team, forse questo mi avesse agevolato nell'assegnazione della mansione, cosa che invece si rivelerà del tutto casuale. Questa parola ricorrerà spesso in questo post, perché appunto tutto l'evento sarà caratterizzato da un poco di improvvisazione, casualità, disorganizzazione. Scrivo tutto questo con il sorriso, perché alla fine è stata un'esperienza unica e irripetibile, a cui ho partecipato con gioia e impegno, nonostante tutto. Perché in fondo l'olimpiade la si deve vedere come uno spaccato della società, e dell'Italia, nei suoi aspetti positivi e negativi. In generale ho visto molto entusiasmo e passione, ma anche il contrario. Chi metteva impegno e dedizione, e chi invece era li solo per chiacchierare o passare il tempo in maniera differente dallo stare semplicemente a casa. Ho incontrato persone molto o poco professionali, più o meno ligie alle regole. Alcuni erano pieni di pretese, mentre la maggior parte sono sempre stati flessibili e accomodanti. Ho saputo di volontari interessati solo agli aspetti più materiali, come la divisa ed i gadget, e molto meno all'evento di cui dovevano essere coprotagonisti. Ma da questo punto di vista dovrei solo ringraziarli, perché è soprattutto grazie a loro, grazie a chi ha preso l'abbigliamento e poi si è ritirato, se io ho potuto vivere questa esperienza in prima persona. Fatta questa premessa il primo giorno ho avuto subito due problemi: l'app per i volontari non funzionava e non sapevo dove andare. Il luogo era chiaro, come arrivarci pure (capolinea della rossa), ma non altrettanto dove trovare l'ingresso e il posto specifico dell’incontro. Dopo aver scampato per un pelo la multa ai tornelli della metro (per i volontari i mezzi erano gratuiti ma come detto l'app non funzionava e il mio abbonamento, che cmq avevo, non era sufficiente per arrivare fino a Rho), e dopo aver salutato la zelante addetta dell'ATM a cui stupidamente mi ero rivolto chiedendo informazioni ricevendone in cambio l'invito all’acquisto del biglietto integrativo per la "zona mancante", pena ammenda pecuniaria, mi sono avvicinato spedito alla zona fieristica. Non c'era nessuna segnaletica, nulla che indicasse un potenziale ingresso, o un punto di accesso alla zona dedicata agli eventi, così ho girato spaesato per una buona mezz'ora fino a quando non ho trovato un altro volontario. Come l'avrò mai riconosciuto? La divisa era d'obbligo e quindi impossibile sbagliarsi. Questo aspetto è stato una delle cose più piacevoli, aggreganti ed evidenti, perché ovunque si andasse, soprattutto in giro per la città, ci si riconosceva all'istante, e c'era sempre un gesto d'intesa, come ci sentissimo parte di una stessa tribù, e questo ci spingeva, riconoscendoci come parte di un progetto, ad un saluto, due parole, o semplicemente un sorriso.
L'incontro salvifico del primo giorno mi fece conoscere Dimitri, un ragazzo ucraino che vive da dieci anni a Varese. Abbiamo dovuto scarpinare ancora un bel pezzo, ma almeno lui aveva raccolto qualche informazione in più, motivo per cui mi ci sono affidato completamente. Mi raccontò che suo padre si chiamava come me, e che tutta la famiglia era stata selezionata a vario titolo per partecipare all'evento. Grazie a lui, e ad un'altra decina di persone incontrate lungo il decumano, alla fine abbiamo trovato lo spazio dove ci aspettavano i nostri referenti. Con il passare del tempo, e l'arrivo di molti alla spicciolata, mi sono reso conto che praticamente tutti avevano vissuto le mie stesse difficoltà, tanto che il nostro responsabile alla fine aveva deciso di fare una sorta di ronda per raccattare i volontari dispersi fra i padiglioni. La verità è questa, ci avevano dato appuntamento in un posto senza darci le indicazioni necessarie per arrivarci, e soprattutto senza predisporre alcuna segnaletica che ci aiutasse. Fatto il primo incontro, visti gli uffici dove avremmo lavorato, dove avremmo mangiato, gli accessi, le varie zone, il significato delle lettere e simboli sui nostri pass, e capito cosa potevamo o non fare, eravamo più o meno pronti. 


Il mio ruolo implicava l'accoglienza dei volontari: check in, buoni pasto, gestione dei turni al terminale e distribuzione dei gadget. Quotidianamente avremmo accolto dai 200 ai 400 volontari, a seconda degli eventi in programma, che si sarebbero presentati scaglionati in base alle fasce orarie previste dai vari turni. In caso di necessità saremmo potuti essere assegnati ad altri incarichi, cosa che mi capiterà, e mi permetterà di vedere anche la dimensione più mediatica e sportiva dell'evento. Il primo impatto è stato positivo, e di fatto mi sono sempre trovato a mio agio. Il mio responsabile era un francese, una persona tranquilla e disponibile. Ho condiviso l’attività con una marea di stranieri: c'era uno svizzero, un olandese, una americana, due coreane, una giapponese, due ucraini, una parigina, una cinese, una greca, un peruviano e tanti italiani. Lavorando fondamentalmente su due turni il team era di circa quaranta persone, ma non mi aspettavo tanti stranieri, ne nel mio gruppo, nei fra i volontari addetti ad altre mansioni. E' stata una sorpresa trovare tanti cinesi, americani e olandesi. Tutte persone che si erano prese due/tre settimane di ferie e a loro spese erano venute a Milano per far parte di questo momento magico. Non l'avrei mai immaginato, e vedere questo mi ha fatto pensare che tutto sommato a questo punto potrei puntare alle prossime, che si terranno a Los Angeles, e casomai provarci anche a quelle successive, che saranno in Francia. La mia routine includeva: presentarmi in orario nei turni che avevo accettato, mettermi dietro un pc e accogliere i volontari con un sorriso, auguragli una buona giornata, e supportarli in qualsiasi loro dubbio o problematica. Perché di fatto quando non sapevano a chi rivolgersi vedevano in noi il loro unico punto di riferimento. E così con i più smanettoni spesso ci siamo ingegnati nel risolvere le questioni più disparate, soprattutto legate alle applicazioni e agli accrediti. E poi ci siamo prodigati nell'accompagnare personalmente chi proprio non sapeva dove andare. Il clima era rilassato, e di frequente, soprattutto una volta iniziate le gare, ci siamo alternati per poterle andare a vedere, anche se solo per pochi minuti. Sono stato bene, alla fine ho fatto dieci giorni più uno di formazione. Praticamente per tre settimane sono stato costantemente impegnato, fra il lavoro ufficiale e quello di volontario, ma è stato un bel periodo, perché mi ha aiutato a staccare dalla routine giornaliera, mi ha impegnato in qualcosa di vivo e imprevedibile, mettendomi in contatto con tante persone delle più disparate nazionalità. Ricordo con particolare gioia l'aiuto dato ad un giornalista spagnolo, che per tutto il pomeriggio non ha mai smesso di ringraziarmi, e l'incontro con un allenatore polacco che cercava qualcuno con cui scambiare le spille, altro tormentone che ha caratterizzato tutto il periodo dell'evento. Ho visto diverse gare di hockey, ho cantato l'inno ogni volta che l'Italia vinceva (e li la Lollobrigida ha vinto due medaglie d'oro), ho bevuto caffè improponibili, ho cercato inutilmente di avere qualche pin da attaccare al mio pass, ne ho regalata una ad una incredula ragazza della mensa, che me l'aveva chiesta con poche speranze salvo poi sorprendersi nel riceverla. Ho vissuto in diretta la caduta della Vonn, impressionato dal boato di rammarico di chi a pranzo stava guardando la gara. Ho esultato alla vittoria nel biathlon della Vittozzi, consapevole che mia sorella era li sugli spalti ad Anterselva che piangeva di gioia. E poi tanti piccoli ricordi, gesti, scambi di opinioni, gentilezze, e umanità. Tanta gente, tifosi, volontari, lavoratori, ma anche tanto rispetto, educazione e sportività. Cosa ho sofferto: i turni la mattina con la sveglia puntata alle 5, e la mancanza del latte in mensa. Per il resto tutto sopportabile, anche gli strani incontri in metropolitana, l'ascella puzzolente di chi aveva deciso di non lavarsi, o la maleducazione di qualche volontario. Da questo febbraio ne sono uscito ritemprato, rinvigorito, pronto per riprendere la vita con un nuovo piglio. Ho dovuto abbandonare la mia solita sociopatia e mettermi al servizio degli altri, cosa che fra l'altro ho fatto sempre con gioia e un gran sorriso, consapevole e riconoscente per la grande opportunità che mi era stata data. Ho pensato che se fosse potuto essere il lavoro della mia vita ci avrei messo la firma, ma purtroppo era solo una breve parentesi.


Grazie a Francois e Michela, che con premura empatia e sensibilità sono stati per tre settimane i miei responsabili e supporto per ogni richiesta. Grazie ai volontari che hanno voluto condividere due parole, un ricordo, la loro storia, un sogno o un’emozione. Grazie al mio capo che mi ha sempre sostenuto e incoraggiato nel proseguire con la selezione. E grazie alla mia tenacia che mi ha fatto andare avanti, impegnarmi e crederci anche quando non c’erano più speranze. È stato un sogno, grazie a tutti di averne fatto parte! y

csxqp: goffredo mameli - "il canto degli italiani"

domenica, febbraio 22, 2026

 


ultimamente si affaccia spesso, a dirmi ci sono, non te lo dimenticare.
ogni volta che la morte mi sfiora, e lambisce tangente il placido corso della mia vita (per fortuna lambisce, per fortuna tangente, vigorosi gesti apotropaici), ogni volta sento il bisogno di mettere un punto: da oggi, anzi da adesso, si cambia, si migliora, promesso, si mettono da parte le sciocche nubi, i borbottii e i problemi da primo mondo, si dribbla con un passo di flamenco la mia mediocrità, basta con gli sprechi, e con il girare in tondo, ci si concentra solo sulla bellezza delle cose.
non lo faccio mai.
sento sempre l'irrazionale impulso di riavvolgere il nastro e avvertire e proteggere e salvare e non si può, ovvio, che pensiero cretino. vorrei saper dire la cosa giusta e saper abbracciare, non solo con le braccia, ma con l'anima tutta, se non per consolare, nemmeno quello si può, diavolo, almeno per dire soffro con te, ci sono, mi spiace, e non ci riesco mai, non ne sono capace, mi mancano parole e tatto, e cammino sulle uova in un modo che è come non camminare affatto.
vorrei sgridare e gridare in faccia agli dei beh, signori, dove cazzo eravate, lo dicevo io, che era una truffa, siamo solo atomi di carbonio, e attimi di stupore nell'immensità del caos. sono solo quegli attimi di stupore a fare la differenza, la vera salvezza, l'unica provvidenza.
vorrei evitare, ma non si può, e allora vorrei saper affrontare e saper far pace con l'idea, così ogni tanto penso e se, e subito dopo, e quando, e il sollievo del non ancora abbaglia di luce il qui e ora, ma resta sospeso soltanto un momento, poi è solo sgomento, il tempo di scacciare il pensiero con un gesto della mano, come fosse una mosca fastidiosa: correre via, scappare lontano, non ci si può fermare, c'è questo e quello da fare, la lotta quotidiana, i doveri e i piaceri: ecco, meglio, i non pensieri.
si affaccia, la stronza, e mi mette sempre in subbuglio. f

csxqp: marie zintl - "marmeladenglas"