
e così alla fine la chiamata è arrivata, tanto sognata quanto inaspettata, quando ormai era quasi impensabile, a meno di due settimane dall'inaugurazione, anche se su questo punto bisogna fare un po' di chiarezza. Perché di fatto l'olimpiade è iniziata ben prima della sfilata a San Siro, e di questo me ne ero già reso conto un anno fa, quando acquistando a caso dei biglietti per una non ben precisata gara, avevo constato come questa si sarebbe svolta il cinque febbraio. Considerando che l'avvio ufficiale dei giochi era previsto per il sei, i conti non tornavano, e qualche dubbio mi era sorto. Ma sono solo dettagli, piccolezze, quisquilie, in un mare di gare, eventi, allenamenti, spostamenti e confusione (gioiosa) generalizzata. Di fatto sono stato accettato come volontario un sabato di fine gennaio, il lunedì ho ritirato la divisa e l'accredito, per poter accedere alle varie aree, e il giovedì avevo già il primo incontro, lì dove avrei svolto il mio ruolo. Devo ammettere di esser stato fortunato. Ero stato assegnato alla sede di Rho-Fiera, dove erano presenti i palazzetti per il pattinaggio di velocità e l'hockey. Come ruolo l'email riportava un non ben precisato "people manager". Ho pensato che avendo indicato che il mio lavoro consistesse nel gestire un team, forse questo mi avesse agevolato nell'assegnazione della mansione, cosa che invece si rivelerà del tutto casuale. Questa parola ricorrerà spesso in questo post, perché appunto tutto l'evento sarà caratterizzato da un poco di improvvisazione, casualità, disorganizzazione. Scrivo tutto questo con il sorriso, perché alla fine è stata un'esperienza unica e irripetibile, a cui ho partecipato con gioia e impegno, nonostante tutto. Perché in fondo l'olimpiade la si deve vedere come uno spaccato della società, e dell'Italia, nei suoi aspetti positivi e negativi. In generale ho visto molto entusiasmo e passione, ma anche il contrario. Chi metteva impegno e dedizione, e chi invece era li solo per chiacchierare o passare il tempo in maniera differente dallo stare semplicemente a casa. Ho incontrato persone molto o poco professionali, più o meno ligie alle regole. Alcuni erano pieni di pretese, mentre la maggior parte sono sempre stati flessibili e accomodanti. Ho saputo di volontari interessati solo agli aspetti più materiali, come la divisa ed i gadget, e molto meno all'evento di cui dovevano essere coprotagonisti. Ma da questo punto di vista dovrei solo ringraziarli, perché è soprattutto grazie a loro, grazie a chi ha preso l'abbigliamento e poi si è ritirato, se io ho potuto vivere questa esperienza in prima persona. Fatta questa premessa il primo giorno ho avuto subito due problemi: l'app per i volontari non funzionava e non sapevo dove andare. Il luogo era chiaro, come arrivarci pure (capolinea della rossa), ma non altrettanto dove trovare l'ingresso e il posto specifico dell’incontro. Dopo aver scampato per un pelo la multa ai tornelli della metro (per i volontari i mezzi erano gratuiti ma come detto l'app non funzionava e il mio abbonamento, che cmq avevo, non era sufficiente per arrivare fino a Rho), e dopo aver salutato la zelante addetta dell'ATM a cui stupidamente mi ero rivolto chiedendo informazioni ricevendone in cambio l'invito all’acquisto del biglietto integrativo per la "zona mancante", pena ammenda pecuniaria, mi sono avvicinato spedito alla zona fieristica. Non c'era nessuna segnaletica, nulla che indicasse un potenziale ingresso, o un punto di accesso alla zona dedicata agli eventi, così ho girato spaesato per una buona mezz'ora fino a quando non ho trovato un altro volontario. Come l'avrò mai riconosciuto? La divisa era d'obbligo e quindi impossibile sbagliarsi. Questo aspetto è stato una delle cose più piacevoli, aggreganti ed evidenti, perché ovunque si andasse, soprattutto in giro per la città, ci si riconosceva all'istante, e c'era sempre un gesto d'intesa, come ci sentissimo parte di una stessa tribù, e questo ci spingeva, riconoscendoci come parte di un progetto, ad un saluto, due parole, o semplicemente un sorriso.
L'incontro salvifico del primo giorno mi fece conoscere Dimitri, un ragazzo ucraino che vive da dieci anni a Varese. Abbiamo dovuto scarpinare ancora un bel pezzo, ma almeno lui aveva raccolto qualche informazione in più, motivo per cui mi ci sono affidato completamente. Mi raccontò che suo padre si chiamava come me, e che tutta la famiglia era stata selezionata a vario titolo per partecipare all'evento. Grazie a lui, e ad un'altra decina di persone incontrate lungo il decumano, alla fine abbiamo trovato lo spazio dove ci aspettavano i nostri referenti. Con il passare del tempo, e l'arrivo di molti alla spicciolata, mi sono reso conto che praticamente tutti avevano vissuto le mie stesse difficoltà, tanto che il nostro responsabile alla fine aveva deciso di fare una sorta di ronda per raccattare i volontari dispersi fra i padiglioni. La verità è questa, ci avevano dato appuntamento in un posto senza darci le indicazioni necessarie per arrivarci, e soprattutto senza predisporre alcuna segnaletica che ci aiutasse. Fatto il primo incontro, visti gli uffici dove avremmo lavorato, dove avremmo mangiato, gli accessi, le varie zone, il significato delle lettere e simboli sui nostri pass, e capito cosa potevamo o non fare, eravamo più o meno pronti.

Il mio ruolo implicava l'accoglienza dei volontari: check in, buoni pasto, gestione dei turni al terminale e distribuzione dei gadget. Quotidianamente avremmo accolto dai 200 ai 400 volontari, a seconda degli eventi in programma, che si sarebbero presentati scaglionati in base alle fasce orarie previste dai vari turni. In caso di necessità saremmo potuti essere assegnati ad altri incarichi, cosa che mi capiterà, e mi permetterà di vedere anche la dimensione più mediatica e sportiva dell'evento. Il primo impatto è stato positivo, e di fatto mi sono sempre trovato a mio agio. Il mio responsabile era un francese, una persona tranquilla e disponibile. Ho condiviso l’attività con una marea di stranieri: c'era uno svizzero, un olandese, una americana, due coreane, una giapponese, due ucraini, una parigina, una cinese, una greca, un peruviano e tanti italiani. Lavorando fondamentalmente su due turni il team era di circa quaranta persone, ma non mi aspettavo tanti stranieri, ne nel mio gruppo, nei fra i volontari addetti ad altre mansioni. E' stata una sorpresa trovare tanti cinesi, americani e olandesi. Tutte persone che si erano prese due/tre settimane di ferie e a loro spese erano venute a Milano per far parte di questo momento magico. Non l'avrei mai immaginato, e vedere questo mi ha fatto pensare che tutto sommato a questo punto potrei puntare alle prossime, che si terranno a Los Angeles, e casomai provarci anche a quelle successive, che saranno in Francia. La mia routine includeva: presentarmi in orario nei turni che avevo accettato, mettermi dietro un pc e accogliere i volontari con un sorriso, auguragli una buona giornata, e supportarli in qualsiasi loro dubbio o problematica. Perché di fatto quando non sapevano a chi rivolgersi vedevano in noi il loro unico punto di riferimento. E così con i più smanettoni spesso ci siamo ingegnati nel risolvere le questioni più disparate, soprattutto legate alle applicazioni e agli accrediti. E poi ci siamo prodigati nell'accompagnare personalmente chi proprio non sapeva dove andare. Il clima era rilassato, e di frequente, soprattutto una volta iniziate le gare, ci siamo alternati per poterle andare a vedere, anche se solo per pochi minuti. Sono stato bene, alla fine ho fatto dieci giorni più uno di formazione. Praticamente per tre settimane sono stato costantemente impegnato, fra il lavoro ufficiale e quello di volontario, ma è stato un bel periodo, perché mi ha aiutato a staccare dalla routine giornaliera, mi ha impegnato in qualcosa di vivo e imprevedibile, mettendomi in contatto con tante persone delle più disparate nazionalità. Ricordo con particolare gioia l'aiuto dato ad un giornalista spagnolo, che per tutto il pomeriggio non ha mai smesso di ringraziarmi, e l'incontro con un allenatore polacco che cercava qualcuno con cui scambiare le spille, altro tormentone che ha caratterizzato tutto il periodo dell'evento. Ho visto diverse gare di hockey, ho cantato l'inno ogni volta che l'Italia vinceva (e li la Lollobrigida ha vinto due medaglie d'oro), ho bevuto caffè improponibili, ho cercato inutilmente di avere qualche pin da attaccare al mio pass, ne ho regalata una ad una incredula ragazza della mensa, che me l'aveva chiesta con poche speranze salvo poi sorprendersi nel riceverla. Ho vissuto in diretta la caduta della Vonn, impressionato dal boato di rammarico di chi a pranzo stava guardando la gara. Ho esultato alla vittoria nel biathlon della Vittozzi, consapevole che mia sorella era li sugli spalti ad Anterselva che piangeva di gioia. E poi tanti piccoli ricordi, gesti, scambi di opinioni, gentilezze, e umanità. Tanta gente, tifosi, volontari, lavoratori, ma anche tanto rispetto, educazione e sportività. Cosa ho sofferto: i turni la mattina con la sveglia puntata alle 5, e la mancanza del latte in mensa. Per il resto tutto sopportabile, anche gli strani incontri in metropolitana, l'ascella puzzolente di chi aveva deciso di non lavarsi, o la maleducazione di qualche volontario. Da questo febbraio ne sono uscito ritemprato, rinvigorito, pronto per riprendere la vita con un nuovo piglio. Ho dovuto abbandonare la mia solita sociopatia e mettermi al servizio degli altri, cosa che fra l'altro ho fatto sempre con gioia e un gran sorriso, consapevole e riconoscente per la grande opportunità che mi era stata data. Ho pensato che se fosse potuto essere il lavoro della mia vita ci avrei messo la firma, ma purtroppo era solo una breve parentesi.

Grazie a Francois e Michela, che con premura empatia e sensibilità sono stati per tre settimane i miei responsabili e supporto per ogni richiesta. Grazie ai volontari che hanno voluto condividere due parole, un ricordo, la loro storia, un sogno o un’emozione. Grazie al mio capo che mi ha sempre sostenuto e incoraggiato nel proseguire con la selezione. E grazie alla mia tenacia che mi ha fatto andare avanti, impegnarmi e crederci anche quando non c’erano più speranze. È stato un sogno, grazie a tutti di averne fatto parte! y
csxqp: goffredo mameli - "il canto degli italiani"