tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

domenica, febbraio 15, 2026

 


non c'è niente da fare, devo proprio ammetterlo, sono un grande fan di youtube. qualche tempo fa, chiacchierando con un collega che ha la stessa passione ci siamo chiesti se youtube potesse essere ascritto o meno alla tanto vituperata categoria dei social network, o per dirla in altro modo, se potesse essere qualcosa che alla lunga reca più danni che benefici al nostro già bistrattato cervello. lui sosteneva di si: dietro le quinte c'è sempre un algoritmo che ti propone cose che tu non hai chiesto di vedere, ma che ti interessano, e che tu spesso finisci per cliccare, e vedere, e perderci un sacco di tempo che non avevi scelto di perdere. io sostenevo di no, i video di youtube sono molto più lunghi, argomentavo, e impediscono quello scrolling compulsivo che è a conti fatti ciò che davvero finisce per brasarti le sinapsi e la soglia dell'attenzione in una perversa spirale di vuote e illusorie gratificazioni istantanee. la verità, come sempre, sta nel mezzo, e nell'uso che si fa di qualunque strumento: è sempre la dose a fare il veleno. perfino instagram, in piccole quantità, e a saperli cercare, è zeppo di contenuti interessanti e meritevoli: il suo male sta solo nel modo in cui finiamo per lasciarci invischiare una volta che un video interessante è finito, e nelle sabbie mobili in cui l'aspettativa su quello successivo, senza che ce ne accorgiamo, ci trascina.
con youtube, questo, per fortuna, a me non succede. riesco ad utilizzarlo in modo molto più consapevole, e a godermi video dannatamente ben fatti su tutto quello che mi piace, gli scacchi, il basket, il cubo di rubik, il baseball, la magia, il ping pong: ci sono tutorial, analisi, highlights e commenti a volontà su tutta la galassia delle mie passioni. ci ho trovato un sacco di cortometraggi davvero belli e originali che altrimenti non avrei mai intercettato, e poi mi piace che ci sia praticamente tutta la musica possibile e immaginabile, (molta più che altrove, a ben vedere), così quando sono indeciso se comprare o meno un cd (si lo so, lo so sempre..) passo ad assaggiarlo su youtube per controllare se può piacermi, do un morso ad una canzone, una leccata all'altra, e se il sapore è buono, ed è di mio gusto, decido di approfondire. la colonna dei suggerimenti, in questi casi, è fantastica, e ha tutta la mia gratitudine, perché solo grazie a quella ho scoperto artisti e gruppi straordinari che altrimenti sarebbero per me rimasti nell'ombra.
che poi in realtà, su youtube c'è molto di più di questo, ci sono approfondimenti competenti e profondi, e documenti d'epoca letteralmente su tutto lo scibile umano. una vera manna, insieme a wikipedia, per noi curiosi, che ci lasciamo affascinare da tante cose diverse, che abbiamo sempre l'impulso di capire come funzionino e quale sia la loro storia (mi rendo conto che detta così sembra una bella qualità, ma non ne sono tanto sicuro. mi sa che è solo l'incostanza del merlo a cui piace continuamente saltare di palo in frasca, indeciso su dove restare, pura dispersione di energie. certo, a furia di questi salti mi ritrovo ad avere un po' di conoscenze in moltissimi campi diversi ma alla fine, in concreto, è come non se non sapessi niente per davvero. sono convinto che sia meglio sapere tante cose su poche cose, che poche cose su tante cose, e finisco per invidiarli sempre, quelli che sono esperti di pochi argomenti).
vabbè, l'ho presa larga stavolta, l'introduzione mi è uscita un po' lunga, quello che volevo davvero raccontare in questo post è il fatto che la cosa che forse mi piace di più vedere su youtube, so che non ci crederete, sono i documentari scientifici. ho scoperto un canale che si chiama veritasium, che realizza dei video molto belli (e molto lunghi, e molto approfonditi) su svariati argomenti, astrofisica, ingegneria, chimica, matematica pura, ancorandoli alla realtà di un contesto storico, di un'invenzione che ha cambiato le nostre vite, di un problema pratico (o puramente teorico, ma con potenziali risvolti pratici) da risolvere. detto così, mi sa, non rende, è difficile da spiegare, però se vi ho instillato un pizzico di curiosità e ne avete voglia andate a vedervene uno.
la cosa divertente è che in buona parte di questi video, per larghi tratti, non ci capisco quasi niente. la mia preparazione scientifica in realtà rasenta il ridicolo, e questi video non sono esattamente divulgativi alla maniera di piero angela: ci sono concetti maledettamente complessi che necessitano spiegazioni maledettamente complesse attraverso formule maledettamente complesse, piene di derivate e integrali ed equazioni zeppe di oscure lettere greche. lo sforzo di astrazione richiesto è spesso notevole, troppo per il mio angusto cervello le mie conoscenze limitate, e non posso fare altro che arrendermi difronte a questo linguaggio per iniziati. ma alla fine davvero non importa, perché la complessità di certi argomenti è sapientemente bilanciata da una magistrale abilità nella narrazione (è affascinante come la narrazione sia uno strumento estremamente potente, e la capacità di raccontare è davvero l'unica cosa che serve se si vuole far arrivare un messaggio, qualunque esso sia): così ciò che mi avvince è la storia che c'è dietro a una scoperta, a come si è arrivati a identificare un problema e alle soluzioni per superarlo, alle geniali intuizioni che rendono possibile ogni piccolo passo in avanti del progresso. io che a volte mi sorprendo, rammaricandomene, ad essere così refrattario alle novità resto a bocca aperta davanti alla meraviglia di queste scoperte, di queste idee, di queste intuizioni, di questi esperimenti, di queste formule, perché spesso incredibili, geniali e meravigliose, sono le storie che ci stanno dietro.
tuttavia c'è, credo, anche dell'altro: a rifletterci bene quello che davvero mi affascina di questi video, e che mi fa stare incollato per tre quarti d'ora in compagnia di cose che non coglierò mai a fondo, è un altro tipo di meraviglia.
ovvero poter osservare come la scienza non si fermi, come il progresso vada avanti, sempre, anche in tempi bui come quelli che stiamo vivendo, nonostante le guerre, gli equilibri sempre più precari e le incertezze geopolitiche. osservare come affronti i cambi di paradigma che ne scuotono le fondamenta, e come si costringa a ragionare su direzioni prima impensate, mettendo tutto in discussione, anche quando è di moda ostentare la granitica ottusità delle proprie certezze. osservare come il progresso sia una conquista collettiva, in barba a quest'idea che sta prendendo sempre più piede, che la legge del più forte basata sulla tronfia sopraffazione del prossimo sia l'unica che paga. ecco, osservare tutto questo, mi restituisce un pizzico di fiducia nel genere umano: siamo così piccoli presi singolarmente, e così grandi quando collaboriamo con un obiettivo comune. ne ho davvero bisogno, di questa fiducia, ultimamente a leggere i giornali mi prende ormai sempre lo sconforto, mi cadono palle e braccia, e mi chiedo sempre dove saremmo se ci rendessimo conto che l'umanità non ha bandiere né confini, e quanto siamo stupidi e anacronistici a spendere soldi per fabbricare armi.
siamo bestie, e parassiti, non si discute. però siamo anche capaci di grandi cose, e troppo spesso ce ne dimentichiamo. f

csxqp: will varley - "weddings and wars"

domenica, gennaio 25, 2026

 


il mio barbiere di fiducia è un vero personaggio. quella del barbiere è in realtà la sua seconda carriera, lui nasce infatti come musicista, e nei ruggenti primi anni sessanta, ottenuto un ingaggio, è partito più o meno ventenne insieme alla sua big band (strumenti a fiato e spensierata esuberanza, e già alle spalle un discreto successo nella provincia di ferrara) per riempire di ritmo ed allegria italiana la movimentata vita notturna di amburgo. un sassofono, un clarinetto, una chitarra sono appesi alle pareti del suo negozio, a testimonianza di quel glorioso passato e di una passione per la musica che lo ha accompagnato fino ad oggi. in un angolo ci sono ancora un mixer e un microfono per quando ha voglia di improvvisare una jam session con la sua compagna (come dice lui, la sua ragazza: è molto più giovane, ed è una cantante). riempiono la parete sopra lo specchio, difronte alla sedia dove taglia i capelli, tantissime foto in bianco e nero di quel periodo: palchi, microfoni, musicisti e insegne di locali.
ha incontrato i beatles, che non ancora famosi hanno mosso i loro primi passi proprio da amburgo, e li ha conosciuti bene perché condividevano le stesse notti di follia e gli stessi palcoscenici. in un angolo del locale ha attaccato alcune foto di famiglia, e accanto a quelle del fratello e della sorella ci sono quelle di john, paul, george e ringo, sorridenti e con i capelli a caschetto. mi fa sempre ridere quando nei suoi racconti mi dice che è contento che quei quattro ragazzetti siano poi riusciti a ingranare anche loro, chi l'avrebbe mai detto.
mi piace molto ascoltarli, i suoi racconti, basta dargli un'imbeccata e lui non si tira certo indietro, e penso sempre che vorrei arrivare anch'io a ottant'anni così, con quell'energia schietta, divertita, e gioviale. l'altro giorno, durante la mia consueta tosata quadrimestrale, la forbice in mano, gli occhi allegri e brillanti persi nel ricordo, un piccolo sospiro davanti alle vecchie foto, ha detto beh, quei giorni lì non me li toglie davvero nessuno.
è una frase che in qualche modo mi ha fatto molta tenerezza, mi ha colpito e mi è sembrata magnifica, e insomma mi è piaciuta molto: non ci avevo mai pensato in questi termini, non con questa limpida e semplice lucidità almeno, e forse è una cosa che acquisterà un senso profondo quando sarò più vecchio (e il fatto che la apprezzi ora significa in effetti che sto inv.. vabbé lasciamo perdere) ma mi conforta e mi affascina questa idea che le cose fatte, le esperienze vissute, le sensazioni provate, le persone incontrate, le risate e gli abbracci, tutto ciò che insomma ha a che fare con quando siamo stati, e ci siamo sentiti, dei grandissimi, siano nostre per sempre. non i soldi, non gli oggetti, non il giudizio degli altri, ma i momenti, le situazioni e le interazioni, frammenti impalpabili conservati nella filigrana del ricordo ma allo stesso tempo potenti, che, non c'è santo, sono tuoi e di nessun altro e che alla resa dei conti saranno l'unica ricchezza che ha senso avere.
mi sono chiesto: ho anch'io quei giorni lì, che nessuno mi può togliere? si, ovvio, come tutti. però non voglio certo smettere di continuare a cercarli, inseguirli, collezionarli: chi ha detto che si può farlo solo da giovani? fra tante collezioni stupide che faccio questa è di sicuro l'unica importante! f

(so che vi aspettavate una canzone dei beatles e invece…)
csxqp: bruce springsteen - "glory days"

martedì, dicembre 30, 2025

 


e così alla fine abbiamo fatto il grande passo, ci siamo procurati scarpe adatte allo scopo e ci siamo iscritti ad un'associazione podistica, e due volte a settimana affrontiamo il buio e il freddo intabarrandoci sotto diversi strati di tessuto sintetico, con una lampada da minatore fissata alla testa.
correre in compagnia è molto motivante, le persone che corrono con noi sono tutte estremamente gentili, sono quasi tutti più anziani e più in forma di noi, e sembrano davvero felici di avere nuovi membri nel gruppo. sono prodighi di consigli e incoraggiamenti, mi dicono che ho talento e che sono veloce: mentono. e spudoratamente anche, è chiaro, suvvia, non ho mai fatto niente di veloce in vita mia e non comincerò certo adesso. però apprezzo molto questo sforzo di sostenermi e spronarmi, e questi loro complimenti mi tornano sempre molto utili per bullarmi e pavoneggiarmi senza ritegno con la povera v.
già, v: mi ha trascinato lei in questa cosa, ho cominciato per il gusto di farle compagnia, e l'ho assecondata in questa mania della corsa soltanto per avere l'occasione di fare qualcosa insieme di diverso dal solito. che cose assurde che fa fare l'amore: se solo pochi mesi fa mi avessero raccontato che sarei uscito dopo il lavoro a correre, incurante dei rigori invernali, strappandomi con violenza dalla comodità e dal bel calduccio domestico, beh non ci avrei davvero creduto.
la verità, però, è un'altra. ho scoperto che correre mi piace, perfino d'inverno, perfino al buio. mi piace sentire il corpo che si scalda con il movimento, fino al punto di essere indifferente alla temperatura che lo circonda, e mi piacciono i percorsi avvolti nell'oscurità, fatti di campi silenziosi, strade deserte, stelle che quasi le puoi toccare, e fugaci scorci di vita attraverso le finestre illuminate delle case: ho scoperto così quartieri e itinerari della mia città che non conoscevo, e mi è sembrata una cosa bellissima. e mi piace, forse più di tutto, farcela ogni volta, a concludere l'allenamento, riuscire a tenere il passo per svariati km, ogni volta felice di aver fatto qualcosa di più attivo che stare seduto davanti ad uno schermo.
domani ci aspetta una gara, un insidioso percorso cittadino sul pavè del centro storico, e anche se la corsa passa letteralmente sotto casa so già che imprecherò, che lì per lì non avrò voglia di uscire, che maledirò il freddo prima della gara e la fatica durante, e che mi chiederò ogni due minuti chi diavolo me l'ha fatto fare, mannaggia a me che mi faccio incastrare in queste cose, me ne stavo così bene a casa. ma so anche che poi alla fine della corsa, indipendentemente dal mio tempo al traguardo, sarò contento, in pace con me stesso, felice di avercela fatta, di essere arrivato fino in fondo, e di aver alzato il culo dal divano.
così ecco cosa mi auguro, e quali sono i miei propositi per l'anno nuovo che sta arrivando: fai cose nuove che ti fanno stare bene, esci il più possibile da quella zona di comodità dove ultimamente tendi a rinchiuderti, e per l'amor di zeus, sta lontano da quel dannato telefono. f

clxqp: haruki murakami - "wovon ich rede, wenn ich vom laufen rede"

domenica, novembre 23, 2025


Quest'estate ho vissuto un'esperienza unica, irripetibile, perché ogni prima volta porta con se un'emozione speciale, senza eguali. Sarà difficile poter rivivere lo stupore, l'entusiasmo, le suggestioni ma anche l'incertezza e i dubbi che mi hanno accompagnato in quel pellegrinaggio, ma non tutto è andato perso. Il ricordo è ancora intenso, vivo, radicato nei miei pensieri. Quei pochi giorni mi hanno in un certo qual modo segnato, creando in me un interesse che adesso mi spinge verso il mondo dell'ortodossia greca, probabilmente alla ricerca di quello stato di benessere fisico e spirituale che mi aveva accompagnato in quei momenti di scoperta e libertà. Così in questi mesi ho cercato di capire dove questo credo fosse presente a Milano, e dopo un rapido controllo su internet, ho trovato la Chiesa di Santa Maria Podone. Spinto dall'entusiasmo un sabato ho provato ad andare, per vedere, capire, tentare un approccio. L'idea era proprio quella di parlare con qualcuno, e sondare quanto fosse salda la mia volontà di intraprendere un nuovo percorso nella fede. Naturalmente, vista la fortuna che porta con se questo mio anno, le porte della parrocchia erano chiuse, con catena e lucchetto, e non c'è stato modo di incontrare o interloquire con nessuno. Ho lasciato così passare qualche settimana, stando sempre attento alle comunicazioni riportate sul sito, ed alla fine ho scoperto che il lunedì successivo ci sarebbe stata la celebrazione dei "vespri", alle 19. Colto dall'entusiasmo ho subito informato Lorenzo, colui dal quale tutto ha avuto inizio, per chiedergli se voleva partecipare anche lui. Purtroppo il lavoro non gli permetteva di essere disponibile a quell'ora, così mi ha proposto di incontrarci la domenica davanti alla basilica di Sant'Ambrogio, visto che il canto che accompagna i "vespri" è comune ad entrambe le confessioni e quel giorno si sarebbero celebrati anche lì. Ho accettato perché avevo piacere nel rivederlo, ma anche perché avevo in serbo per lui un regalo, un libro di cui già gli avevo accennato, che raccontava la storia di uno scrittore, mandato al monte Athos per indagare su una persona scomparsa. L'avevo letto prima di partire per la nostra avventura in terra greca, e trovarmi fisicamente in quei luoghi descritti così magnificamente mi aveva fatto pensare che potesse essere un dono speciale, capace di rievocare quella gioia che avevamo condiviso, e così ho fatto.

La domenica ci siamo dati appuntamento davanti alla basilica. Come di consuetudine sono arrivato con largo anticipo, così ho deciso di fare un giretto, ed appurare che effettivamente a quell'ora ci fosse la funzione. Il freddo era penetrante, la chiesa gelida. Naturalmente io non mi sono fatto sorprendere, e mi sono presentato coperto all'inverosimile, con doppi pantaloni, maglione, pile, piumino, scaldacollo e cappello. Trascorso neanche un minuto un inserviente mi si avvicina, quasi volesse aiutarmi, vedendomi leggere la bacheca e gli opuscoli presenti su un tavolo. Nulla di tutto questo, mi voleva solo richiamare per via del cappello. Non era permesso indossarlo. Sinceramente mi aspettato tutto fuorché questo. Sorpreso l'unica cosa che sono riuscito a balbettare, togliendolo e facendo ben vedere la pelata, è che senza mi sarei sicuramente ammalato, visto che avrei anche voluto partecipare all'imminente funzione, e non ero li solo come turista. Questa affermazione ha rincarato l'irritazione dell'inflessibile dipendente della curia, che ha tenuto a precisare come a maggior ragione non era possibile averlo sul capo. Niente, perorare le mie ragioni non sarebbe servito, così sono uscito sacramentando per andare lì dove avevo appuntamento. Ero furente, in quei pochi passi non sono riuscito a calmarmi, e così non ho potuto che sfogarmi con il povero Lorenzo. In primo luogo cosa potrà mai importare al Signore nostro Dio se porto o meno il cappello. Capirà che non lo faccio per insolenza o sfregio della sua autorità. Capirà che sono pelato e che stando fermo in una ghiacciaia per tre quarti d'ora l'unica conseguenza che si avrà sarà un mio malanno immeritato. E poi che ne sanno le istituzioni ecclesiastiche che questo è uno specifico precetto del Santissimo. Loro si arrogano il diritto di parlare, educare e predicare in suo nome, ma da dove gli deriva questa prerogativa? Come avrete capito in quel momento con me non si poteva ragionare. Avrei voluto mandare tutti a quel paese ma non volevo rovinare la serata al mio amico, così mi sono morso la lingua, siamo entrati, ho tolto il cappello, e mi sono messo lo scaldacollo come fascia, coprendo almeno fronte e orecchie. Devo ammettere che così stavo bene, e una volta rassicuratomi che non sarebbe stato un supplizio, mi sono finalmente rilassato. Durante la predicazione, ai pochi fedeli presenti, piano piano se ne sono aggiunti altri, fra cui inizialmente due donne, dotate di cappello di lana e panamense rosso fuoco, e poi altri due ragazzi, sempre belli incappucciati. Mi aspettavo che il solerte supervisore paladino dell'ortodossia cristiana intervenisse subito ma con loro la sorte è stata benevola, e hanno potuto presenziare senza dover temere il gelo. Finita la messa ci siamo avvicinati alla cripta dove sono riposte le spoglie del santo, e anche qui un altro zelante messo mi ha chiesto di togliere il cappello, senza notare che di fatto ne fossi già sprovvisto. Pacatamente ho chinato il capo, per far vedere la pelata, e così abbiamo potuto tutti vivere felici e contenti.


Il fatto che la chiesa si perda ancora in queste formalità mi fa imbestialire, e nonostante in questa istituzione operino tante brave persone, che aiutano gli ultimi dedicando loro la vita, non sento di poterne fare parte. Non sono il primo a dirlo, ma bisogna tornare alla testimonianza di fede di Francesco, e abbandonare tutti gli ornamenti, orpelli, gioielli e sovrastrutture che rischiano di soffocare la chiesa chiudendola in se stessa e allontanando i fedeli. Spero che quella greca ortodossa possa essere più accogliente, e diventare la mia casa. y

cvxqp: alice rohrwacher - "lazzaro libero"

venerdì, novembre 07, 2025


La fretta, è con questa che inizia ogni giornata, perché quando mi sveglio è già tardi, per fare tutto quello che mi piacerebbe vorrei dovrei, ma per cui non c'è abbastanza tempo. Alzarsi prima non servirebbe, qualcosa resterebbe comunque indietro, fuori, o stretto e strizzato in quei pochi secondi che gli rimarrebbero. La maledetta fretta mi accompagna tutto il giorno: c'è quella di arrivare in ufficio, che spesso mi impedisce di lavare denti e viso. Quella di perdere il bus, che mi spinge ad attraversare col rosso e a correre, nel momento in cui si avvicina pericolosamente rapido alla fermata. Quella di andare in posta a ritirare un pacco, al fermo point a consegnarne un altro, e poi via a mangiare, e se ci riesco anche a fare la spesa, sfruttando quell'ora che dovrebbe essere un momento di pausa (pranzo) ma nella realtà è solo fonte di ulteriore affanno, stress, frenesia...
Qui si dice "se vai piano, non sei di Milano". E così si corre nel gestire le email, nel rispondere al telefono, nell'andare in bagno, nel pagare l'affitto, prendere il semaforo verde, l'appuntamento dal dottore, la metro al volo, l'offerta al supermercato, le medicine prima che la farmacia chiuda...
E' un rincorrersi, c'è la necessità, che poi è obbligo, di incastrare tutto, per fare tutto. Ma è un dannarsi per rimanere immobili, fermi fissi lì dove si è sempre stati. Anni fa avevo iniziato a sentire dei discorsi controcorrente. Stavano provando a venderci un sogno, prospettando un vivere alternativo, quello sintetizzato dal concetto che gira intorno alla decrescita felice, al meno ma meglio, dove il rallentare è un valore, come lo sono lo slow food, la circolarità dell'usato, il chilometro zero, la bicicletta, lo smart working. Tutti strumenti per realizzare un nuovo equilibrio fra vita privata e lavoro, benessere e produttività, salute e profitto. L'avere meno come condizione per la felicità. Rinunciare a qualcosa per vivere in maniera più sostenibile, magari contribuendo al perseguimento di un interesse che sia anche e soprattutto collettivo. L'idea è di svolgere si un'attività, di lavorare, ma non ad ogni costo, al solo fine del lucro, del guadagno, calpestando valori e umanità, bensì mettendo al centro le persone, il loro benessere. E invece nulla, io sono ancora qui fermo intrappolato nell'ingranaggio, in quel dannato circolo vizioso, come prima, se non peggio, a rincorrere, sfinirmi, annientarmi, per cosa poi non riesco più neanche io a spiegarmelo. Pensavo che il mio obiettivo fosse quello di conquistarmi un posto nella società, una solidità fatta di casa, lavoro, famiglia, ma in verità sto solo agognando quello che gli altri si aspettano da me, e da tutti voi. Ho sbagliato e continuo a sbagliare, ma alcuni errori li faccio consapevole che sono l'unico modo per avere quel minimo di tranquillità che mi farà dormire la notte.
Il problema è che tutto questo inizia a pesarmi. La frenesia, le urgenze, ed in sintesi il lavoro ci sono e per il momento resteranno, nonostante la crescente inquietudine sia un chiaro segnale che la misura è colma, e presto una svolta sarà necessaria. Il mio corpo mi lancia messaggi, che poi sono i dolori che mi attanagliano il fisico e la mente. Il non volermi fermare è la condizione per non cadere a pezzi, per impedirmi di pensare, di riflettere e prendere una decisione, per quanto difficile possa sembrare adesso continuare così come ho sempre fatto. Non ho tempo da dedicarmi perché non voglio averne, l'idea di prendermi una pausa mi spaventa, perché mi metterebbe con le spalle al muro, davanti ad un ventaglio di prospettive che non voglio prendermi la responsabilità di valutare. Meglio rimanere concentrato su priorità che non sono le mie, o che comunque non rappresentano una fonte potenziale di cambiamento. Ultimamente però mi sono chiesto se un primo passo potrebbe essere quello di cercarmi un appartamento, comprarlo, e crearmi uno spazio che sia tutto mio. Un’idea sulla carta entusiasmante e intelligente, anche perché la casa rimane in prospettiva un ottimo investimento, ma ci sono troppi ma a cui dare peso, e l'immobilismo è sempre la scelta più semplice e facile. Se non si fosse capito odio il cambiamento, e perché avvenga devo esserci costretto, non avere alternative. Così lo è stato quando sono uscito di casa, perché di fatto non ce n’era più una in cui stare, e così dovrà esserlo anche sul lavoro o nella vita, perché ne prenda pienamente il controllo senza lasciarmi trascinare dalla corrente, che sceglie per me.

Un giorno ti guardi allo specchio e ti rendi conto che non sei più il ragazzo di vent'anni che avevi sempre visto, immaginato, pensato e creduto. A me è successo quest'anno, e l'impatto è stato tremendo. Cosa ho fatto in tutto questo tempo? cosa ho costruito? a cosa ho dedicato anima e cuore? Si corre, ci si affanna, si crepa, senza neanche uno scopo, un obiettivo, se non la sopravvivenza. y

"no Maria, io esco." 

csxqp: "kanye west ft. pusha - runaway"

mercoledì, ottobre 29, 2025


Mancano cento giorni alle olimpiadi invernali. La cosa sarebbe poco più che una notizia marginale se non fosse che si svolgeranno anche a Milano. Diversi mesi fa, credo addirittura a gennaio, ho pensato che potesse essere bello parteciparvi in prima persona, non tanto come atleta, visto che non ne avrei mai avuto la possibilità, ma come volontario. Ero entusiasta dell'idea di poter far parte dell’evento dall'interno, godendo appieno della magia delle gare, delle persone e di tutto quello che ci ruota intorno. La prospettiva di mettere in stand by la mia quotidianità e sperimentare un nuovo ruolo, il potermi rendere utile, e far parte di un team di persone sconosciute ma dedite ad un obiettivo comune, diverso dal denaro, mi sono state di grande ispirazione e stimolo. Insomma, volevo essere parte attiva e portare il mio piccolo contributo ad una manifestazione sportiva unica che avrebbe coinvolto l’intera città, lì dove sono nato e cresciuto, e dove ho trascorso tutta la mia vita. Lo vedevo anche come un atto di riconoscenza, e un'opportunità per dare una calda accoglienza a chi sarebbe venuto, per partecipare o semplicemente assistere alle gare. Mosso da questi propositi ho compilato la domanda online, e dopo qualche settimana ho ricevuto un'email nella quale mi si avvisava di aver superato la prima selezione, e la necessità di fissare un colloquio di persona. A distanza di pochi giorni mi sono presentato nella centrale organizzativa del comitato olimpico, ho fornito i miei dati, mi hanno fatto una foto, e dopo un'incontro di gruppo, in cui ognuno ha manifestato la sua disponibilità, competenze e motivazioni, ci siamo salutati con l'indicazione che verso luglio si sarebbero fatti sentire. Questo significava che ci avrebbero innanzitutto comunicato se la selezione era andata a buon fine, e poi informati sui dettagli del ruolo che avremmo ricoperto. A seguito di questa fase sarebbe poi seguita la formazione specifica in loco.
All'inizio non credevo che sarei andato fino in fondo. Già avevo avuto problemi nel mandare la candidatura online, che avevo dovuto compilare due volte a causa di un bug di sistema. Solo per questo passaggio avevo dedicato oltre un'ora, cosa che mi aveva fatto alquanto tentennare. Poi per il colloquio avrei dovuto prendere un permesso, cosa che ho chiesto senza troppi rimpianti. E infine c'era la questione delle ferie. Dovendo essere disponibile per almeno nove giorni consecutivi avrei dovuto assentarmi dal lavoro, cosa che richiedeva formalmente l'autorizzazione del mio responsabile, che di fatto è arrivata senza problemi. Completati tutti gli step, curati gli aspetti burocratici, e definita la parte lavorativa, sono rimasto pazientemente in attesa di notizie. Nel frattempo avevo saputo da mia madre che anche lei aveva deciso di presentare domanda, seguendo il mio stesso iter. A questo punto eravamo entrambi in fermento. Luglio arrivò in fretta, e l'estate passò senza nessun segnale o email che ci desse aggiornamenti. Solo verso la fine di settembre ricevemmo la comunicazione dove venivamo ringraziati per aver aderito al progetto, ma l'alto numero di domande impediva di poter accogliere tutti, e noi sfortunatamente non eravamo fra i selezionati. Ciò nonostante venivamo invitati a frequentare i corsi online, perché più ci si avvicina alla data più è necessario avere delle alternative, nel caso in cui qualche volontario facesse un passo indietro. Quindi le sere dei fine settimana di ottobre li ho dedicati alla formazione, inerente la sicurezza, l'antincendio, la gestione del conflitto, i ruoli e l'evento in generale. Sono stati parecchio impegnativi, e penso di averne dovuti seguire almeno una dozzina, anche in lingua inglese e con test finale. Non mi sono mai lamentato, né domandato chi me l'avesse fatto fare, perché per una volta stavo facendo una cosa in cui credevo, per cui ero disposto anche a dei piccoli sacrifici. Lato famigliare settimanalmente mi confrontavo con mia mamma, che mi informava sui suoi progressi e mi domandava se avevo avuto altri aggiornamenti. Si, perché in questa attesa che stavamo condividendo, ogni volta che arrivava un'email subito ci sentivamo per capire se era stata ricevuta da entrambi, e confrontarci su cosa bisognasse fare.

Oggi mancano esattamente cento giorni alla cerimonia d'inaugurazione, ne io ne mia madre siamo fra i 18.000 volontari richiesti, ma siamo contenti del percorso che abbiamo intrapreso. Quello che potevamo e dovevamo fare l’abbiamo fatto, con entusiasmo e disinteresse, mossi solo dalla voglia di far parte di un momento eccezionale che coinvolgerà la nostra città. Non siamo rassegnati, e anche adesso coviamo la speranza che prima o poi ci arriverà un'email che ci faccia essere parte dell’olimpiade. Se fosse necessario noi ci siamo, altrimenti pace, spero che sia un periodo entusiasmante, ricco di incontri ed eventi, ma anche di crescita e sviluppo per tutto l'interland e il movimento sportivo italiano. Per il momento l'unica certezza è che sarò spettatore di una partita di hockey, insieme a tre amici, che in tempi lontanissimi hanno pensato di acquistare i biglietti, introvabili fino a qualche giorno fa. Direi che è tutto, ci vediamo in giro, e forse chissà, mi troverete vestito da volontario in qualche palazzetto o lato pista, a strappare biglietti o controllare gli accessi. Ancora poco e lo sapremo. Divertitevi, e godetevi lo spettacolo. y

csxqp: sick tamburo - “(non) ho perso i sogni”

lunedì, ottobre 13, 2025

 


quanto sono fragili, le nostre vite, anche a sedici anni, quando dovrebbero essere tuoni e saette che sconquassano il cielo. fragili e invischiate nelle piccolezze quotidiane, fragili e confuse, come mucchi di foglie. sprechiamo il tempo a borbottare, e a non accorgerci.
e allora solleva gli occhi al cielo, imponevano le nuvole, osservalo, perditici dentro, disegnaci quel che vuoi, saranno affreschi maestosi o malriusciti scarabocchi, non importa, ma non stare fermo, non serve a nulla conservare. abbandonati al movimento, anzi sii tu stesso nuvola, mutevole e leggera, e danza.
e allora rimbomba, e squarcia di luce fin dove la luce può arrivare, smettila di tentennare, di rimandare, di nasconderti, di risparmiarti, ululava il primo vento gelido, smerigliando l'aria e rendendola trasparente. fatti trascinare, anzi, sii tu stesso vento, sparpaglia, e sparpagliati.
e allora non temere di bagnarti, e osa saltare fra le pozzanghere, scriveva la pioggia sui vetri, con la sua calligrafia obliqua e irregolare, senza gocce sulle i. tuffati e immergiti, anzi sii tu stesso acqua, inzuppa, fatti onda e creane altre.
non sappiamo davvero nulla del domani, né lo sanno gli dei a cui affidiamo le nostre scaramanzie. io ho guardato, e ascoltato, e letto, le nuvole, il vento, la pioggia e la mia cattiva coscienza, ma al primo raggio di sole ho già scordato tutto.
in bocca al lupo, giovane donna che non conosco. f

csxqp: roberto vecchioni - "ho conosciuto il dolore"