tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

domenica, settembre 27, 2026

 


il mio esordio nel tennistavolo agonistico è stato, beh, diciamolo pure, un vero disastro.
è la prima partita in casa del campionato e ospitiamo la squadra della polizia: uno potrebbe verosimilmente aspettarsi quattro nerboruti energumeni con capelli a spazzola, collo taurino e grilletto facile, invece a sorpresa arrivano una ragazza, due signore un po' in là con gli anni e un tizio con gli occhiali, alto e stempiato. la cosa mi rassicura un po', ma soltanto finché non li vedo fare due scambi di riscaldamento: questi sparano eccome, la ragazza gioca davvero bene, in modo veloce e preciso, una delle signore è molto solida e sfoggia parecchi colpi di qualità, mentre l'altra taglia qualunque palla veda arrivare, compensando la sua scarsa velocità con effetti insidiosi e difficili da ribattere. santo cielo, penso subito, gli effetti: ci siamo allenati così tanto con i topspin secchi e puliti che ora non so se sono in grado di affrontare qualcuno che basa il proprio gioco sui colpi di taglio. un compagno di squadra nota la mia perplessità, mi conferma che si, quella lì è pericolosa, ci ha giocato contro anche lui negli anni passati, e mi raccomanda solo una cosa: se ti capita, non farti prendere per il culo. ci proverò, gli rispondo, ma non ne sono troppo convinto.
qualche palleggio di riscaldamento anche per noi, ed è già ora delle formalità pre partita, fatte di saluti e presentazioni. è molto emozionante essere lì, e di questo momento così solenne mi ricordo due cose: il capitano della squadra che fa una fatica dannata a presentarmi pronunciando correttamente il mio cognome, e io che grido comicamente fuori tempo il nostro urlo di squadra (alemannia… olè! questa cosa dell'urlo di squadra devo dire che mi piace molto, mi riporta indietro di più di trent'anni, quando giocavo a basket e prima delle partite questo stesso rito era una scarica di intensità ricolma di motivazione, appartenenza e spirito di gruppo).
non sono l'unico novellino stasera: insieme a me debutta in squadra anche un simpatico ragazzo cinese, pure lui proveniente dal gruppo degli hobbysti cazzeggiatori, e pure lui inopinatamente promosso per questa stagione a giocatore della settima squadra (la nostra società ha ben sette squadre iscritte negli innumerevoli campionati esistenti, il sistema tedesco è incredibilmente ramificato e mai avrei sospettato ci potessero essere così tante categorie. è del resto uno sport che qui è molto popolare, basti pensare che non esiste un parco senza almeno qualche tavolo in cemento. comunque, la prima squadra è la più forte che abbiamo, la settima, dove gioco io, va da se, è la più scarsa). questo ragazzo cinese non solo è simpatico, ma è anche dotato di una grande pazienza, perché visto che non parla il tedesco gli tocca sorbirsi il mio inglese talmente pieno di ragnatele da essere diventato via via sempre più tremendo, nella pronuncia e nell'incespicamento costante, imbastardito da un tedesco che proprio non ne vuole sapere di non venir fuori: niente da fare, nella mia testa non c'è così tanto spazio, due lingue non ci entrano tutte insieme.
è giunta l'ora di buttarci nella mischia: è pure lui molto emozionato: good luck, caro compagno di squadra, ne avremo bisogno, sopratutto perché, lo scopriamo ora, iniziamo davvero insieme la nostra promettente carriera: la prima partita in cartellone è proprio un doppio e io e il ragazzo cinese, che pure abbiamo giocato contro così tante volte, non ne abbiamo mai giocato uno insieme, dallo stesso lato del tavolo. i risultati di tanto allenamento in effetti si vedono: ci impegniamo al massimo, ci proviamo in tutti i modi, cerchiamo di darci la carica, ma niente da fare, i nostri avversari sanno il fatto loro, si intendono a meraviglia e non ci lasciano scampo: perdiamo tre partite a zero, raccogliendo in tutto la miseria di 13 punti.
vabbe' dai, non disperiamo, sarà stata l'emozione (sempre lei, quella maledetta), ci rifaremo sicuramente nelle prossime partite. del resto non c'è tempo di digerire la sconfitta, è già l'ora di giocare il primo singolare. scopro con orrore che sarà un battesimo di fuoco perché mi tocca affrontare un osso durissimo: la temibile signora tagliatutto.
la signora tagliatutto è un'autentica carogna, imprime ad ogni palla effetti e rotazioni come un'indemoniata, ma non mi scoraggio, provo a giocare concentrato ma non ottengo risultati, provo a giocare d'istinto ma ne ottengo ancora meno, provo a giocare in tutti i modi ma non riesco a giocare come vorrei, la partita finisce abbastanza velocemente e, per me, indecorosamente: di nuovo sconfitta secca per tre partite a zero. stavolta porto a casa complessivamente ben 10 punti, nemmeno la soddisfazione di un trend positivo. non dico che alla fine mi abbia preso per il culo, quello no, ma mi ha sicuramente dato una bella lezione.
il mio secondo singolare è contro lo stempiato. devo salvare l'onore e dare il tutto per tutto, venderò cara la pelle. stavolta le cose cominciano a girare, gioco con più coraggio, con la grinta di chi non ha davvero niente da perdere, e finalmente comincio a mettere a segno qualche colpo vincente, le mie battute lo mettono in difficoltà, sono in palla, dritti e rovesci entrano in campo con continuità, il mio avversario di certo non si aspettava tanta tenacia, porto a casa un paio di scambi davvero spettacolari e rocamboleschi e… e niente, incasso, manco a dirlo, la terza sconfitta della serata per tre partite a zero.
per fortuna che i miei compagni di squadra esperti sono stati davvero bravi e le hanno vinte tutte, perché fra me e il cinese il contributo alla causa è stato davvero scarso: l'incontro si chiude cinque pari, rimediamo comunque un prezioso punto per la classifica (in un campionato in cui peraltro, essendo il più basso possibile, non ci sono retrocessioni), salutiamo gli sbirri e prima di sbaraccare, chiudere i tavoli e riporre i segnapunti ci facciamo quattro chiacchiere post partita bevendoci una birra (qui nessuno si muove senza un frigo portatile carico di bottiglie). la cosa bella è che non c'è nessuna pressione: l'unica cosa che conta è che ci siamo divertiti a giocare, mi dice uno dei i miei compagni; tranquillo, io ci ho messo due anni a vincere la mia prima partita mi rincuora un altro; in effetti ora possiamo solo migliorare, ci diciamo ridendo io e il ragazzo cinese.
si, è proprio così, il mio esordio nel tennistavolo agonistico è stato un vero disastro, ma se l'obiettivo era quello di divertirsi direi che è stato ampiamente raggiunto, ed è davvero l'unica cosa che conta. non vedo l'ora, se mai sarò convocato ancora, di giocare la prossima partita! f

csxqp: the clash - "police on my back"

sabato, settembre 26, 2026

"die deutsche Odyssee: hin und zurück"

Hin: atterriamo a Francoforte, mezz'ora di ritardo, ma abbiamo controllato online, dovremmo farcela, un po’ di corsa, e con altrettanta fortuna, potremmo essere ad Heidelberg in poco più d'ora. Per entrambi è la prima volta. Per non rischiare di comprare il biglietto per un treno che non siamo sicuri di prendere, decidiamo di aspettare di essere in stazione. A passo spedito seguiamo le indicazioni, destra, sempre dritto, scendi le scale, sinistra, sempre dritto, e così a tentoni, con lo sguardo rivolto sempre verso l'alto, cercando l'immagine del treno, ma quella giusta, perché ci sono più terminali. Siamo infine alle macchinette, scelgo italiano, partenza da qui, flughafen, arrivo lì, Hbf, 31 euro... pensavo meno per una tratta così breve, ma tanto poi mi rimborserà tutto l'azienda, quindi niente pensieri, si striscia e via. Ma ho un dubbio, vedo scritto "prezzo normale" "valido solo per nehverkehrs" "regionale". Ho un dubbio, ma abbiamo poco meno di dieci minuti prima che arrivi il nostro, che però è in ritardo di venti, così, mi lancio con il mio tedesco arrugginito allo sportello, dove ovviamente c'è un cartello che dice "non vendiamo biglietti". Fantastico, io necessito solo di un'informazione, sapere se il biglietto va bene per l'IC che ho pensato di prendere. Non ho risposte, né affermative né negative, mi viene stampato un foglio di viaggio, in italiano, dove mi si consigliano altri treni / bus / spostamenti, che mi farebbero impiegare tre ore rispetto all'una preventivata. Qualcosa non va, ma fa niente, mi arrangerò, non ho timori, me la sono sempre cavata, in contesti ben peggiori. Ritrovo la mia collega, che naturalmente è all'oscuro di tutto, ed ha pensato bene di comprarsi due bretzel. Leggo sul monitor il binario e scendiamo al livello della banchina. Fortuna vuole che l'IC che doveva essere già passato fosse anche lui in ritardo, sul cartellone leggo il nome della fermata intermedia che ci serve, saltiamo sopra, anche se il biglietto probabilmente non è quello giusto. Stiamo in piedi in quell'anfratto che collega un vagone con l'altro, io sono imbarazzato, di solito non faccio queste zingarate, ma è un'opportunità per portarsi avanti. Passa il controllore e ci dice di sederci, che ci sono posti. Faccio cenno a Deb di mettersi da qualche parte e sistemare la valigia, e così faccio anch'io. Vivo mezz'ora nel terrore che ci scoprano, è solo una fermata, ma di fatto non siamo in regola. Nel frattempo attivo il roaming e controllo la coincidenza, anche quella in ritardo, ma ci sono almeno tre treni che transitano in direzione della nostra destinazione. Scendiamo come schegge a Mannheim, il regionale che avevo in programma di prendere è sparito dai cartelloni, cancellato. Vabbè, aspetteremo un'altra ventina di minuti per quello dopo, che non mi è del tutto chiaro cosa sia, non essendo né RE né IC né altre sigle note, ma un qualcosa che ricorda molto il nostro passante ferroviario che attraversa Milano. Tira un vento gelido, sono da poco passate le ventuno, orario che a memoria mi farebbe dire che tutti dovrebbero già essere a casa sotto le coperte, invece è pieno di gente, biciclette, giovani, anziani, ubriachi, un assortimento ampio e variegato della società tedesca che pensavo si fosse già ritirata. Aspettiamo, dando la schiena all'aria, con la testa bassa. La mia collega mi confessa che se non ci fossi stato sarebbe scappata e si sarebbe presa un Uber, ma visto che ci siamo tanto vale rimanere. Io un poco mi diverto, sapevo che avrebbe fatto freddo, sono ben coperto, ho maglione e pile, antivento e cappellino di lana merinos. Intorno a me ho la più ampia gamma possibile di combinazione di indumenti. Tanti con la maglietta e basta, diversi con la felpa / maglioncino, pochissimi con il piumino, presumo stranieri in trasferta, come noi. Seppure anche lui in ritardo arriva l'S9, che io idealmente chiamo suburbano 9, saliamo, ci sediamo, e mentre due biciclette mi vengono praticamente parcheggiate sulle gambe, finalmente partiamo, destinazione Heidelberg! E invece no, neanche il tempo di finire il pensiero e siamo di nuovo fermi. Dovrebbe essere un viaggio di diciannove minuti, ma per ventidue stiamo fermi in attesa di poter entrare alla prossima stazione, Arena. Adesso lo so bene, stranamente mi è rimasto in testa, ma Mannheim oltre a Hbf ha altre tre fermate cittadine prima di arrivare alla mitica / inarrivabile / favolosa Heidelberg, e la prima riguarda lo stadio. Ripartiamo, non ci sono più intoppi, dritti fino a destinazione. Scendiamo e l'idea di prendere il tram mi sembra eccessiva. Meglio una camminata di un quarto d'ora che un'altra attesa, anche perché incomincia ad essere tardi e non abbiamo ancora mangiato (e cmq io alla fine non mangerò). Verso le ventitré sono a letto, domani si comincia, si lavora, si iniziano i test, sarà una settimana da incubo, come se il percorso fosse stato da meno.

Zurüch: viste le premesse, i consigli ricevuti e le informazioni raccolte delle esperienze altrui, questa volta preferisco prenotare la tratta direttamente sul sito delle ferrovie tedesche. Li ho una visuale completa di cosa mi posso o meno aspettare, e soprattutto la certezza di essere in regola. Si opta per un regionale e un IC, prezzo 39,40 euro. Questo mi conferma che il biglietto dell'andata non era corretto e che abbiamo preso treni a caso purché fossero funzionali alla nostra destinazione. Anche per il ritorno sarà così, ma niente spoiler. Il biglietto riporta treni che non prenderemo, perché sono state scelte opzioni con un'ora di anticipo rispetto al nostro programma. Questo sulla base della convinzione acquisita che non sia tanto importante l'orario quanto la tipologia / tariffa. A questo giro la comitiva si è allargata, siamo in tre, abbiamo anche la collega svedese, non un fulmine, ne per agilità ne per prontezza di spirito. A fatica arriviamo in stazione in orario. A furia di aspettare due minuti di qua, altri due di la, e poi chiudi il computer, prendi il bagaglio, il semaforo sempre rosso, si rischiava anche di fare tardi. Ci siamo, non si capisce quale binario sia il nostro, perché di fatto il convoglio che aspettiamo è ovviamente in ritardo, grande ritardo, ahimè, ma visto che ormai questa è la prassi siamo sicuri di trovarne qualche altro che ritardando potrebbe arrivare, e così è. Ha solo nove minuti di ritardo, sul momento non ricordo perché non c'era stata data come opzione, ma poco male, saliamo. All'apparenza non fa neanche fermate, perché sul monitor è riportata solo Mannheim, sono quasi entusiasta. Si chiudono le porte, è tutto pronto ma non parte, sta fermo cinque minuti, e poi ancora cinque, inizio a spazientirmi, e preoccuparmi perché la nostra coincidenza prevede solo dieci minuti per il cambio. Intanto controllo a che punto è l'IC che dovremo prendere dopo. Per fortuna anche lui è in ritardo, otto minuti, un po' di ossigeno. Partiamo ma quasi subito siamo fermi in una stazione. Sono sorpreso, pensavo fosse diretto invece è ancora uno di quegli stramaledetti convogli che fanno tutte le fermate. Non ce la faremo mai, anche perché invece quell'altro dannatissimo IC sta recuperando il ritardo. Se perdiamo la coincidenza dovremo aspettare un'ora, cosa che per noi non è un problema grosso, ci obbligherà a spicciarci, ma niente di trascendentale, mentre la collega svedese è spacciata, perderà sicuro l'aereo. La situazione è questa, arriveremo alle 13.30 e l'IC partirà alle 13.30. Mi candido, essendo l'unico con lo zaino, a correre dal binario 2 al 4 e tenere le porte aperte, temporeggiare finché possibile. Sono davanti alle porte pronto a scattare, schiaccio il bottone verde e corro, quasi ruzzolo giù per le scale, mi rendo conto che mi devo dare una calmata, va bene la fretta ma non rompersi l'osso del collo. Faccio giù e su, il treno è ancora li, i passeggeri sono ancora in fila in attesa, sono tranquillo, attendo le colleghe e saliamo. Ci sediamo, passa subito il controllore, i biglietti sono corretti questa volta nessun problema, ci scannerizza il qr code e va avanti. Vorrei dirvi che all'aeroporto siamo arrivati in orario ma la mia coscienza me lo impedisce. Salendo le scale mobili guardandoci diciamo che ci lamentiamo tanto delle nostre ferrovie ma quelle tedesche sono veramente fuori da ogni logica: ritardi costanti, linee soppresse improvvisamente, carrozze sporche e costi dei biglietti esorbitanti. Vuoi vedere che qui anche il nostro ministro dei trasporti farebbe una bella figura?!?!

Detto questo a fine novembre saremo ancora qui. Si è insinuato in noi il dubbio che forse l'auto possa essere un'alternativa, se non la scelta preferibile. Io non ne sono convinto del tutto, opterei per una via di mezzo, che ci faccia raggiungere i colleghi a Basilea e poi ci permetta di arrivare tutti insieme in pullman. C'è ancora tempo per decidere, per convincerci reciprocamente quale mezzo sia il migliore, il meno stancante, più sicuro e rapido. Forse l'aereo resta l'opzione migliore, ma vedremo come sarà metabolizzato questo primo viaggio. Das is alles. Auf wiedersehen. y

csxqp: queens of the stone age - “go with the flow”

domenica, agosto 23, 2026

 


ho sempre amato leggere fuori casa. non so bene perché ma che sia su un treno, al tavolino di un caffè o sui gradini di una chiesa, tenere fra le mani un libro all'aperto mi dà una soddisfazione particolare, come se il mondo reale, scorrendo dietro le pagine, rendesse più intenso quello immaginario, che scorre dentro di esse.
da qualche tempo a questa parte leggo molto anche al lavoro, in pausa pranzo e in generale tutte le volte che un momento particolarmente tranquillo me lo consente (non capita spesso, ma capita): nello zaino che mi porto dietro con il pranzo c'è sempre un libro, preferibilmente di formato piccolo e maneggevole, da tirare fuori tutte le volte in cui non ho niente da fare.
ultimamente ho notato, lungo il mio percorso in bici verso il magazzino, una panchina davanti ad una casa. non è del comune, immagino che i proprietari l'abbiano lasciata lì, davanti al loro giardino, in un ammirevole tentativo di contribuire all'arredo urbano, o magari come generoso gesto di accoglienza nei confronti del viandante stanco, o forse ancora, più probabilmente, perché gli avanzava e non sapevano dove diavolo metterla. di fronte scorre una strada poco trafficata, c'è una fermata dell'autobus sempre deserta, poco più in là campi e prati verdi e lontano, ancora oltre, colline irte di alberi da cui si sbracciano, salutandomi con entusiasmo, innumerevoli pale eoliche. un terzo della panchina è occupato da un voluminoso cespuglio di lavanda, che si protende dal giardino, e un gran numero di calabroni, sibilanti e ben pasciuti, vi si posa senza sosta. due cani, sempre gli stessi, accompagnati dai loro padroni, passano sempre di lì, diretti alla loro pisciata mattutina, mi salutano, e sembrano contenti di vedermi.
insomma, la tentazione è stata irresistibile: ho chiesto cortesemente permesso ai calabroni e da un po’ di tempo ho iniziato a sedermici ogni mattina e a trascorrere così un quarto d'ora tranquillo immerso nella lettura, prima di iniziare la lunga giornata lavorativa.
la mia bici al mio fianco, il silenzio del mattino, il primo sole che bagna di arancione le case e le cose, l'orizzonte aperto dei campi, e un libro fra le mani: il lusso insomma, nella sua forma più sfrenata. f

clxqp: gabriel garcìa marquez - "ci vediamo in agosto"

martedì, agosto 11, 2026

 


la prima volta che ti ho scoperto davvero, pensa te, c'erano ancora i negozi di musica in centro a milano, e le cuffie per avere un assaggio delle nuove uscite. i vent'anni, lo sai bene, sono sempre squattrinati, quel disco (anzi, quella cassetta) l'avrei comprato solo anni dopo. così ci andavo spesso, in quel negozio, a mettermi le cuffie, tutte le volte che potevo. era un periodo maledettamente difficile, i miei amici erano lontani, ero perso dietro alle nuvole e avevo un disperato bisogno, per affrontare la solitudine, di quella rabbia e quella malinconia da eroi fuori dal mondo.
c'è stato un periodo in cui bologna l'ho vissuta, l'ho respirata fino in fondo, l'ho sentita profondamente mia, e nonostante un altro periodo maledettamente difficile, difficile in modo diverso, l'ho amata come poche altre città nella mia vita. sono andato a casa tua, una volta, non so cosa mi aspettassi, forse un party con gatti e poeti, chissà, ma non avrei suonato, perché mi seccava romperti le palle, e comunque il tuo nome sul campanello non c'era, mi sa che ti eri già trasferito.
sono riuscito a vederti una volta però, era un periodo felice (e meno male, dirai, almeno uno), è stato bello esserci, ed esserci con un amico. anche la gente intorno a me sembrava felice, e mi sono goduto tutto il rituale: sono stato seduto per terra quando la strada correva lunga e dritta, e ho fatto il pugno quando quel suo fischio si spanse in aria.
grazie di cuore per le parole, tutte quante, davvero, mi sono state preziose e mi hanno fatto stare bene. lo vedi? ho anch'io tante cose ancora da raccontare, e a culo tutto il resto! f

csxqp: francesco guccini - "l'avvelenata"

martedì, agosto 04, 2026

"Capitano, mio capitano!"

Due immense bandiere, una con il numero sei cucito al centro. Centinaia o forse migliaia di persone, giovani e anziani, bambini e adulti, tutti in punta di piedi, sul selciato, ma anche sulle rastrelliere, i muretti, i panettoni, i cartelli stradali, i paletti e le colonnine, ovunque la vista possa spaziare oltre le tante teste, tutti cercando con lo sguardo un qualcosa, allungando il collo. Le braccia al cielo, una distesa infinita, per applaudire, scandire il ritmo, tenere il tempo, tutti all'unisono, come una persona sola. E poi la coreografia, profana, a stridere con il momento, ma così vera, sentita, viscerale, nel voler riconoscere a colui che fu il meritato tributo. Fumogeni, striscioni, cori, e due colori a dominare il piazzale. Una moltitudine accomunata solo da una fede, per una volta non tanto religiosa, quanto calcistica. Famiglie, uomini tatuati e signore attempate ingioiellate, gruppi di amici, lo zoccolo duro della curva, ma anche semplici cittadini, tifosi e non, tutti stretti intorno a chi ci ha inaspettatamente lasciato in questo luglio afoso. Non c’è ombra, tutti aspettiamo sotto il sole cocente, come lo sa essere solo quello di queste estati. Sono arrivato tardi, il giorno è lavorativo ed ho preso un permesso per potermi assentare. Fra la folla cerco un posto dove aspettare, attendere pazientemente, cercando di cogliere qualche viso noto. Ho voluto con forza esserci, per testimoniare l’affetto e il riconoscimento, per esser parte di quella moltitudine che lo ha ammirato e osannato, e che adesso vuole essere presente anche nell’ultimo atto della sua vita terrena. L’avevo annunciato al mio capo, come avevo chiesto di poter venire in ufficio con la sua maglia, spronandolo nel permettere a tutti i colleghi di fare altrettanto. Aveva acconsentito, pensando che scherzassi. Così è rimasto sorpreso nel ricevere la richiesta di permesso con motivazione “Baresi”. Mi ha subito telefonato. Non se lo aspettava. Non credeva che mi fossi preso così a cuore il lutto. Eppure mantengo sempre ciò che dico. Ero serio, deciso, convinto. Mi sentivo in debito verso quest’uomo che non avevo mai conosciuto. Mi aveva regalato emozioni grandissime, facendomi condividere con gli amici dei momenti di gioia incontenibili e indimenticabili. Avevo esultato e pianto, mi ero entusiasmato e disperato, ma nella buona, e soprattutto nella cattiva sorte, c’ero sempre stato, orgoglioso della mia fede, e della squadra che ispirava i miei sogni di ragazzino. Sullo sfondo di questi pensieri c'era la basilica di Sant’Ambrogio. Il luogo prescelto per chi aveva dedicato tutta la sua carriera ad un’unica squadra, guidandola sul tetto del mondo. Lo spazio migliore in cui unire sacro e profano, la funzione ecclesiastica e il tifo da stadio. Il luogo giusto per la città che l'aveva accolto e acclamato. C'erano naturalmente i famigliari, gli amici, i tanti compagni di squadra, le istituzioni politiche e dello sport, ma anche noi, i tifosi, che in questo momento potevamo fare solo quello che gli avevamo tributato dall’inizio, da quando era amorevolmente chiamato “il piscinin”. Un uomo cresciuto in campagna, orfano prima di madre e poi di padre, che aveva saputo trovare nel calcio la sua famiglia, portando valori e spirito di sacrificio.
Ho mille immagini che mi girano per la testa, ma il caldo mi riporta alla realtà, siamo tutti in attesa, è giunto il momento in cui alzare la voce e far sentire che non camminerà mai da solo, come ricordano sempre ai loro giocatori i supporter del Liverpool.
Ed ecco il rintocco delle campane, il feretro viene portato alla macchina, la chiesa piano piano si svuota, il boato è incontenibile. Cori, fumogeni, sventolio di bandiere e sciarpe, applausi su applausi, è questo il tributo che gli si vuole dare. Vedo passare Van Basten, il cigno di Utrecht, e poi Massaro, Virdis, Simone, ma anche Bergomi e Pagliuca. Ci sono Galli, Ambrosini, Albertini, tanti di quegli anni 90 che con lui avevano condiviso il campo, come compagni o come avversari. Tutti probabilmente sono rientrati dalle ferie, e per questo gli sono riconoscente. Ci sono i vertici del calcio e dello sport, la nuova dirigenza, ma nessuno della nuova squadra di cui è stato per vent’anni bandiera. Queste assenze, insieme a quelle di Galliani, dei Berlusconi, e di molte altre personalità mi amareggiano. Non capisco. C’ero io che non l’ho mai conosciuto e non loro? Mi è inspiegabile. Aspetto che la macchina lasci il sagrato, che i partecipanti alla funzione si incamminino verso le auto, e idealmente mi abbraccio a tutti quelli che vogliono rimanere ancora un minuto in raccoglimento, fra i propri pensieri. Sono rinfrancato, perché si merita tutto ciò. Percepire l'affetto del pubblico, la loro commozione e dedizione incondizionata mi rincuora. Per quest’uomo c'è un amore sconfinato che ci unisce tutti.


Questo è il mio ricordo del funerale di Franco Baresi, il capitano a cui in una afosa giornata d’estate ho voluto rendere onore, per quanto fatto dentro e fuori dal campo, per lo sportivo e la persona che è stato, e che non dimenticherò mai. y

cvxqp: peter weir - "dead poets society"

domenica, luglio 05, 2026

 


ma chi diavolo te l'ha fatto fare, era meglio se te ne stavi a casa, tu e la tua stupida mania di gareggiare e competere. farai una figuraccia, ci saranno solo ragazzini, cervelli più agili e vite più agili, con più tempo a disposizione per imparare. tanto lo sai già, saranno tutti dei fenomeni, tutti tranne te.

croce, prima coppia, seconda coppia

ecco, ti toccherà pure fare il giudice, e nemmeno lo sapevi. attento, questa è una competizione ufficiale, cerca di non fare casino, qui c'è gente che fa sul serio, che ci crede e si è allenata come si deve, mica come te che prendi sempre tutto un po' alla leggera, come viene viene, con il metodo semplificato, perché quello avanzato è troppo faticoso.

terza coppia, quarta coppia

meno male, il mini corso per i nuovi arrivati era molto chiaro, l'atmosfera sembra molto rilassata, grossi danni non dovresti riuscire a farli. non sei nemmeno il più vecchio della compagnia, sei contento? arriverai comunque ultimo, ma questo lo sai già da tempo.

f R U R' U' f'

tocca subito a te, sei nel primo gruppo. beh, meglio così, buttati e non pensarci troppo, pensa solo a goderti l'esperienza, rilassati e divertiti. alla fine ci tenevi (chissà perché poi) e ci sei riuscito, a fare 'sta scemenza: stai per cominciare la tua prima gara del circuito mondiale di speedcubing.

L' U' L U' L' U2 L

non mi ascolti mai però, poco fa ti avevo detto di rilassarti, cos'è questa tensione inutile? va bene un po' di emozione (che poi, santo cielo, ti devi emozionare proprio per tutto?) ma qui hai davvero fatto un sacco di errori, e non hai imbroccato un algoritmo che sia uno: la tua prima risoluzione, lasciatelo dire, è davvero da dimenticare. non vorrei infierire, ma la ragazza con cui hai scambiato due parole prima di cominciare la gara ha fatto un tempo cinque volte migliore del tuo. vabbè dai, mettila così, ora puoi solo migliorare (o completare il disastro, e darti all'ippica).

F R (U' R' U') (R U R' F') (R U R' U') R' F R F'

meno male, in effetti hai fatto meglio (beh, peggio era difficile), ti sei un po' sciolto, hai liberato la mente e allentato la tensione (forse perché ti sei accorto che non ti guarda nessuno), e il tuo miglior tempo e la tua media non sono poi così male. certo, sono un po' sotto le tue aspettative, ma questo vuol solo dire che la prossima volta (perché ammettilo, stai già pensando alla prossima volta), sarà più facile battere questi tuoi nuovi record ufficiali.

(M2 U') (M2 U') (M' U2) M2 U2 (M' U2)

fra l'altro non so se te ne sei reso conto, ma sei venuto fuori alla distanza, il tuo miglior tempo l'hai fatto all'ultimo tentativo. bravo, sono fiero di te, ora sei ufficialmente uno speedcuber (o forse, meglio, uno slowcuber). hai fatto abbastanza schifo, diciamolo, ma ti sei messo in gioco, e soprattutto, ed è la cosa che conta di più, ti sei divertito un sacco, pure a fare il giudice. e poi, chi l'avrebbe mai detto, non sei nemmeno arrivato ultimo! f

csxqp: clive product - "everyone sees what i see"

giovedì, luglio 02, 2026

 


qualche giorno fa ho partecipato nuovamente ad una gara di corsa (ormai ne ho già fatte un bel po'), solo che questa volta, invece dei consueti panni del corridore, ho indossato quelli dell'organizzatore. si tratta della corsa "di casa" della nostra associazione (funziona così: a turno i vari gruppi, ognuno nel proprio distretto, si alternano nell'organizzazione delle varie tappe del campionato podistico che ruota intorno alla città), e anche se in realtà non dava punti per la classifica è sicuramente una delle corse più belle della stagione, non solo per il percorso suggestivo in mezzo al grande bosco cittadino, ma anche, e soprattutto, perché è una corsa di beneficenza, il cui ricavato (circa ventimila euro) viene donato a varie associazioni senza scopo di lucro attive sul territorio.
il mio contributo in realtà è stato tutto sommato modesto, ho issato qualche stendardo con il logo dell'associazione, ho spostato qualche transenna e approntato qualche bacinella d'acqua con le spugne per il passaggio dei corridori assetati (è una corsa che a quanto pare si corre sempre con un caldo micidiale). ma soprattutto, ed è stata la cosa più divertente, mi sono piazzato con v ad un bivio fra i sentieri del bosco per indicare ai corridori la giusta direzione da prendere: un incarico di grande responsabilità, a ben vedere, perché se ti distrai un attimo e ne perdi uno, beh, finisce chissà dove e non lo recuperi più. visto che l'atmosfera della corsa voleva essere quantomai allegra e festosa, fra i nostri compiti c'era anche quello di incoraggiarli, cosa che abbiamo fatto con grande impegno e partecipazione (bravi!, dai che manca poco!, ce l'avete quasi fatta!), ottenendo come risultato reazioni sorprendentemente giocose e divertite, fra ringraziamenti, sorrisi, applausi, cinque volanti, e confessioni improvvisate (che idea del cazzo che ho avuto, ci ha detto il più simpatico di tutti, mentre arrancava nell'afa con la lingua a penzoloni. che poi è la stessa identica cosa che abbiamo pensato anche noi l'anno scorso, quando eravamo al suo posto, e in realtà lo si pensa sempre, almeno una volta, ad ogni corsa).
insomma, tutto questo per dire che mi ero dimenticato di quanto fosse divertente vivere e partecipare ad un evento dietro le quinte: fra spettacoli teatrali, concerti e partite di basket mi era già capitato in italia di contribuire a organizzare qualcosa, in germania, invece, era la prima volta. mi è venuto in mente che ci sono moltissime cose a cui mi piace partecipare che esistono solo perché ci sono persone che volontariamente, mosse dalla passione, senz'altra ricompensa che non sia l'idea di fare qualcosa di bello in compagnia, si fanno carico di quei piccoli tasselli organizzativi che le fanno funzionare e le rendono possibili. del resto, come ci ha raccontato y, perfino un evento gigantesco come le olimpiadi non starebbe in piedi senza il contributo di appassionati volontari.
è poi è stato davvero bello vedere ancora una volta quanto sia facile, e gratificante, innescare anche solo con una piccola scintilla una reazione positiva. ne ero già consapevole, ma ho potuto sperimentarlo qui, in questa occasione, con una limpidità davvero sbalorditiva. dire qualcosa di bello provoca qualcosa di bello, un commento positivo porta beneficio a chi lo riceve e a chi lo fa, e a un sorriso fa seguito quasi sempre un altro sorriso, che a sua volta incoraggia a farne un altro. un atomo bombardato da un positrone finisce spesso per emetterne due, di positroni, innescando una reazione a catena che lo porta a trasformarsi in un isotopo estremamente arricchito, capace di irradiare incredibili quantità di energia.
vorrei saper usare sempre, nella vita di tutti i giorni, quest'arma potentissima. f

clxqp: roberto mercadini - "bomba atomica"