"Capitano, mio capitano!"
Due immense bandiere, una con il numero sei cucito al centro. Centinaia o forse migliaia di persone, giovani e anziani, bambini e adulti, tutti in punta di piedi, sul selciato, ma anche sulle rastrelliere, i muretti, i panettoni, i cartelli stradali, i paletti e le colonnine, ovunque la vista possa spaziare oltre le tante teste, tutti cercando con lo sguardo un qualcosa, allungando il collo. Le braccia al cielo, una distesa infinita, per applaudire, scandire il ritmo, tenere il tempo, tutti all'unisono, come una persona sola. E poi la coreografia, profana, a stridere con il momento, ma così vera, sentita, viscerale, nel voler riconoscere a colui che fu il meritato tributo. Fumogeni, striscioni, cori, e due colori a dominare il piazzale. Una moltitudine accomunata solo da una fede, per una volta non tanto religiosa, quanto calcistica. Famiglie, uomini tatuati e signore attempate ingioiellate, gruppi di amici, lo zoccolo duro della curva, ma anche semplici cittadini, tifosi e non, tutti stretti intorno a chi ci ha inaspettatamente lasciato in questo luglio afoso. Non c’è ombra, tutti aspettiamo sotto il sole cocente, come lo sa essere solo quello di queste estati. Sono arrivato tardi, il giorno è lavorativo ed ho preso un permesso per potermi assentare. Fra la folla cerco un posto dove aspettare, attendere pazientemente, cercando di cogliere qualche viso noto. Ho voluto con forza esserci, per testimoniare l’affetto e il riconoscimento, per esser parte di quella moltitudine che lo ha ammirato e osannato, e che adesso vuole essere presente anche nell’ultimo atto della sua vita terrena. L’avevo annunciato al mio capo, come avevo chiesto di poter venire in ufficio con la sua maglia, spronandolo nel permettere a tutti i colleghi di fare altrettanto. Aveva acconsentito, pensando che scherzassi. Così è rimasto sorpreso nel ricevere la richiesta di permesso con motivazione “Baresi”. Mi ha subito telefonato. Non se lo aspettava. Non credeva che mi fossi preso così a cuore il lutto. Eppure mantengo sempre ciò che dico. Ero serio, deciso, convinto. Mi sentivo in debito verso quest’uomo che non avevo mai conosciuto. Mi aveva regalato emozioni grandissime, facendomi condividere con gli amici dei momenti di gioia incontenibili e indimenticabili. Avevo esultato e pianto, mi ero entusiasmato e disperato, ma nella buona, e soprattutto nella cattiva sorte, c’ero sempre stato, orgoglioso della mia fede, e della squadra che ispirava i miei sogni di ragazzino. Sullo sfondo di questi pensieri c'era la basilica di Sant’Ambrogio. Il luogo prescelto per chi aveva dedicato tutta la sua carriera ad un’unica squadra, guidandola sul tetto del mondo. Lo spazio migliore in cui unire sacro e profano, la funzione ecclesiastica e il tifo da stadio. Il luogo giusto per la città che l'aveva accolto e acclamato. C'erano naturalmente i famigliari, gli amici, i tanti compagni di squadra, le istituzioni politiche e dello sport, ma anche noi, i tifosi, che in questo momento potevamo fare solo quello che gli avevamo tributato dall’inizio, da quando era amorevolmente chiamato “il piscinin”. Un uomo cresciuto in campagna, orfano prima di madre e poi di padre, che aveva saputo trovare nel calcio la sua famiglia, portando valori e spirito di sacrificio.
Ho mille immagini che mi girano per la testa, ma il caldo mi riporta alla realtà, siamo tutti in attesa, è giunto il momento in cui alzare la voce e far sentire che non camminerà mai da solo, come ricordano sempre ai loro giocatori i supporter del Liverpool.
Ed ecco il rintocco delle campane, il feretro viene portato alla macchina, la chiesa piano piano si svuota, il boato è incontenibile. Cori, fumogeni, sventolio di bandiere e sciarpe, applausi su applausi, è questo il tributo che gli si vuole dare. Vedo passare Van Basten, il cigno di Utrecht, e poi Massaro, Virdis, Simone, ma anche Bergomi e Pagliuca. Ci sono Galli, Ambrosini, Albertini, tanti di quegli anni 90 che con lui avevano condiviso il campo, come compagni o come avversari. Tutti probabilmente sono rientrati dalle ferie, e per questo gli sono riconoscente. Ci sono i vertici del calcio e dello sport, la nuova dirigenza, ma nessuno della nuova squadra di cui è stato per vent’anni bandiera. Queste assenze, insieme a quelle di Galliani, dei Berlusconi, e di molte altre personalità mi amareggiano. Non capisco. C’ero io che non l’ho mai conosciuto e non loro? Mi è inspiegabile. Aspetto che la macchina lasci il sagrato, che i partecipanti alla funzione si incamminino verso le auto, e idealmente mi abbraccio a tutti quelli che vogliono rimanere ancora un minuto in raccoglimento, fra i propri pensieri. Sono rinfrancato, perché si merita tutto ciò. Percepire l'affetto del pubblico, la loro commozione e dedizione incondizionata mi rincuora. Per quest’uomo c'è un amore sconfinato che ci unisce tutti.
Questo è il mio ricordo del funerale di Franco Baresi, il capitano a cui in una afosa giornata d’estate ho voluto rendere onore, per quanto fatto dentro e fuori dal campo, per lo sportivo e la persona che è stato, e che non dimenticherò mai. y
cvxqp: peter weir - "dead poets society"


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