tabacchi fc, ovvero tabacchi football club, ovvero tabacchi fancazzisti, ovvero un blog creato da quelli che si ritrovano la sera a giocare a calcetto nel parco tabacchi, quello spicchio di verde fra via tabacchi (appunto) e via giambologna, a Milano. Ovvero un contenitore per metterci tutto quello che ci passa per la testa...

domenica, agosto 23, 2026

 


ho sempre amato leggere fuori casa. non so bene perché ma che sia su un treno, al tavolino di un caffè o sui gradini di una chiesa, tenere fra le mani un libro all'aperto mi dà una soddisfazione particolare, come se il mondo reale, scorrendo dietro le pagine, rendesse più intenso quello immaginario, che scorre dentro di esse.
da qualche tempo a questa parte leggo molto anche al lavoro, in pausa pranzo e in generale tutte le volte che un momento particolarmente tranquillo me lo consente (non capita spesso, ma capita): nello zaino che mi porto dietro con il pranzo c'è sempre un libro, preferibilmente di formato piccolo e maneggevole, da tirare fuori tutte le volte in cui non ho niente da fare.
ultimamente ho notato, lungo il mio percorso in bici verso il magazzino, una panchina davanti ad una casa. non è del comune, immagino che i proprietari l'abbiano lasciata lì, davanti al loro giardino, in un ammirevole tentativo di contribuire all'arredo urbano, o magari come generoso gesto di accoglienza nei confronti del viandante stanco, o forse ancora, più probabilmente, perché gli avanzava e non sapevano dove diavolo metterla. di fronte scorre una strada poco trafficata, c'è una fermata dell'autobus sempre deserta, poco più in là campi e prati verdi e lontano, ancora oltre, colline irte di alberi da cui si sbracciano, salutandomi con entusiasmo, innumerevoli pale eoliche. un terzo della panchina è occupato da un voluminoso cespuglio di lavanda, che si protende dal giardino, e un gran numero di calabroni, sibilanti e ben pasciuti, vi si posa senza sosta. due cani, sempre gli stessi, accompagnati dai loro padroni, passano sempre di lì, diretti alla loro pisciata mattutina, mi salutano, e sembrano contenti di vedermi.
insomma, la tentazione è stata irresistibile: ho chiesto cortesemente permesso ai calabroni e da un po’ di tempo ho iniziato a sedermici ogni mattina e a trascorrere così un quarto d'ora tranquillo immerso nella lettura, prima di iniziare la lunga giornata lavorativa.
la mia bici al mio fianco, il silenzio del mattino, il primo sole che bagna di arancione le case e le cose, l'orizzonte aperto dei campi, e un libro fra le mani: il lusso insomma, nella sua forma più sfrenata. f

clxqp: gabriel garcìa marquez - "ci vediamo in agosto"

martedì, agosto 11, 2026

 


la prima volta che ti ho scoperto davvero, pensa te, c'erano ancora i negozi di musica in centro a milano, e le cuffie per avere un assaggio delle nuove uscite. i vent'anni, lo sai bene, sono sempre squattrinati, quel disco (anzi, quella cassetta) l'avrei comprato solo anni dopo. così ci andavo spesso, in quel negozio, a mettermi le cuffie, tutte le volte che potevo. era un periodo maledettamente difficile, i miei amici erano lontani, ero perso dietro alle nuvole e avevo un disperato bisogno, per affrontare la solitudine, di quella rabbia e quella malinconia da eroi fuori dal mondo.
c'è stato un periodo in cui bologna l'ho vissuta, l'ho respirata fino in fondo, l'ho sentita profondamente mia, e nonostante un altro periodo maledettamente difficile, difficile in modo diverso, l'ho amata come poche altre città nella mia vita. sono andato a casa tua, una volta, non so cosa mi aspettassi, forse un party con gatti e poeti, chissà, ma non avrei suonato, perché mi seccava romperti le palle, e comunque il tuo nome sul campanello non c'era, mi sa che ti eri già trasferito.
sono riuscito a vederti una volta però, era un periodo felice (e meno male, dirai, almeno uno), è stato bello esserci, ed esserci con un amico. anche la gente intorno a me sembrava felice, e mi sono goduto tutto il rituale: sono stato seduto per terra quando la strada correva lunga e dritta, e ho fatto il pugno quando quel suo fischio si spanse in aria.
grazie di cuore per le parole, tutte quante, davvero, mi sono state preziose e mi hanno fatto stare bene. lo vedi? ho anch'io tante cose ancora da raccontare, e a culo tutto il resto! f

csxqp: francesco guccini - "l'avvelenata"

martedì, agosto 04, 2026

"Capitano, mio capitano!"

Due immense bandiere, una con il numero sei cucito al centro. Centinaia o forse migliaia di persone, giovani e anziani, bambini e adulti, tutti in punta di piedi, sul selciato, ma anche sulle rastrelliere, i muretti, i panettoni, i cartelli stradali, i paletti e le colonnine, ovunque la vista possa spaziare oltre le tante teste, tutti cercando con lo sguardo un qualcosa, allungando il collo. Le braccia al cielo, una distesa infinita, per applaudire, scandire il ritmo, tenere il tempo, tutti all'unisono, come una persona sola. E poi la coreografia, profana, a stridere con il momento, ma così vera, sentita, viscerale, nel voler riconoscere a colui che fu il meritato tributo. Fumogeni, striscioni, cori, e due colori a dominare il piazzale. Una moltitudine accomunata solo da una fede, per una volta non tanto religiosa, quanto calcistica. Famiglie, uomini tatuati e signore attempate ingioiellate, gruppi di amici, lo zoccolo duro della curva, ma anche semplici cittadini, tifosi e non, tutti stretti intorno a chi ci ha inaspettatamente lasciato in questo luglio afoso. Non c’è ombra, tutti aspettiamo sotto il sole cocente, come lo sa essere solo quello di queste estati. Sono arrivato tardi, il giorno è lavorativo ed ho preso un permesso per potermi assentare. Fra la folla cerco un posto dove aspettare, attendere pazientemente, cercando di cogliere qualche viso noto. Ho voluto con forza esserci, per testimoniare l’affetto e il riconoscimento, per esser parte di quella moltitudine che lo ha ammirato e osannato, e che adesso vuole essere presente anche nell’ultimo atto della sua vita terrena. L’avevo annunciato al mio capo, come avevo chiesto di poter venire in ufficio con la sua maglia, spronandolo nel permettere a tutti i colleghi di fare altrettanto. Aveva acconsentito, pensando che scherzassi. Così è rimasto sorpreso nel ricevere la richiesta di permesso con motivazione “Baresi”. Mi ha subito telefonato. Non se lo aspettava. Non credeva che mi fossi preso così a cuore il lutto. Eppure mantengo sempre ciò che dico. Ero serio, deciso, convinto. Mi sentivo in debito verso quest’uomo che non avevo mai conosciuto. Mi aveva regalato emozioni grandissime, facendomi condividere con gli amici dei momenti di gioia incontenibili e indimenticabili. Avevo esultato e pianto, mi ero entusiasmato e disperato, ma nella buona, e soprattutto nella cattiva sorte, c’ero sempre stato, orgoglioso della mia fede, e della squadra che ispirava i miei sogni di ragazzino. Sullo sfondo di questi pensieri c'era la basilica di Sant’Ambrogio. Il luogo prescelto per chi aveva dedicato tutta la sua carriera ad un’unica squadra, guidandola sul tetto del mondo. Lo spazio migliore in cui unire sacro e profano, la funzione ecclesiastica e il tifo da stadio. Il luogo giusto per la città che l'aveva accolto e acclamato. C'erano naturalmente i famigliari, gli amici, i tanti compagni di squadra, le istituzioni politiche e dello sport, ma anche noi, i tifosi, che in questo momento potevamo fare solo quello che gli avevamo tributato dall’inizio, da quando era amorevolmente chiamato “il piscinin”. Un uomo cresciuto in campagna, orfano prima di madre e poi di padre, che aveva saputo trovare nel calcio la sua famiglia, portando valori e spirito di sacrificio.
Ho mille immagini che mi girano per la testa, ma il caldo mi riporta alla realtà, siamo tutti in attesa, è giunto il momento in cui alzare la voce e far sentire che non camminerà mai da solo, come ricordano sempre ai loro giocatori i supporter del Liverpool.
Ed ecco il rintocco delle campane, il feretro viene portato alla macchina, la chiesa piano piano si svuota, il boato è incontenibile. Cori, fumogeni, sventolio di bandiere e sciarpe, applausi su applausi, è questo il tributo che gli si vuole dare. Vedo passare Van Basten, il cigno di Utrecht, e poi Massaro, Virdis, Simone, ma anche Bergomi e Pagliuca. Ci sono Galli, Ambrosini, Albertini, tanti di quegli anni 90 che con lui avevano condiviso il campo, come compagni o come avversari. Tutti probabilmente sono rientrati dalle ferie, e per questo gli sono riconoscente. Ci sono i vertici del calcio e dello sport, la nuova dirigenza, ma nessuno della nuova squadra di cui è stato per vent’anni bandiera. Queste assenze, insieme a quelle di Galliani, dei Berlusconi, e di molte altre personalità mi amareggiano. Non capisco. C’ero io che non l’ho mai conosciuto e non loro? Mi è inspiegabile. Aspetto che la macchina lasci il sagrato, che i partecipanti alla funzione si incamminino verso le auto, e idealmente mi abbraccio a tutti quelli che vogliono rimanere ancora un minuto in raccoglimento, fra i propri pensieri. Sono rinfrancato, perché si merita tutto ciò. Percepire l'affetto del pubblico, la loro commozione e dedizione incondizionata mi rincuora. Per quest’uomo c'è un amore sconfinato che ci unisce tutti.


Questo è il mio ricordo del funerale di Franco Baresi, il capitano a cui in una afosa giornata d’estate ho voluto rendere onore, per quanto fatto dentro e fuori dal campo, per lo sportivo e la persona che è stato, e che non dimenticherò mai. y

cvxqp: peter weir - "dead poets society"